Archivi del mese: novembre 2015

CONTEMPORANEITA’

Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all’atto; non ha bisogno di spiarne l’arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. «Non posso incontrarvi nel vostro futuro» dice agli altri. «Non abbiamo un solo istante che ci sia comune». Perché per lui l’insieme del futuro è già qui.


MONTEDOMINI

Quande tutti, ripetevano, più fatale a Montedomini, che altri posti possibili, se lo fosse, sostenevano, in un altro ospedale, egualmente probabile una morte qualsiasi, Montedomini sicuro, dimostrato dai fatti, come sempre succedeva tra i degenti obbligatori, che ce n’era, dice, kilometri, camerate sterminate di degenti addizionali in istato d’attesa, o per cause cardiopatiche o di assenza cerebrale, poco importa le ragioni, si descrive le ragioni, e rimane tutto uguale, mentre ci era queste camere immense, for di misura, di malati staminali, alla fine delle cure, l’è, diceva, ormai esaurito, il periodo delle cure, troppo a lungo li curarono, venne il tempo di cessare, solo pochi ne restavano, che venissero trattati, provenuto dai parenti, il mandato coercitivo, o se invece preferivano che rientrassero alle case, se rientraste, ripetevano, nell’inferno delle case, non soltanto non potevano che venissero assistiti, anche fosse icché lo fosse, sempre meglio, ripetevano, che l’inferno delle case, nelle case, minacciavano, no soltanto non trattati in nessuna terapia, ma egualmente abbandonati, dalla mattina alla sera, l’è la sera che tornavano, le famiglie dei figlioli, dopo l’ore, gli berciavano, di durissimo lavoro, vi si chiude, minacciavano, se si vole riposare, e li chiudevano negli armadi, in mezzo a cappotti, coperte, eccetra, che ci stavano, dice, anche le tarme, e comunque molto meglio non pensassero tornare, come infatti nessuno, levati qualcheduni che vivevano soli, che ci avevano, dice, la fortuna di stare soli, o che fosse tutti morti, famiglie, parenti, vicini, eccetra, o che fossero scappati di casa quande fu il tempo, ora almeno ritornavano, alle case, solitari, s’è levato la corrente, avvisavano il comune, l’acqua, il gasse, sigillavano, non evessero a rientrare, ma la massa rimanevano, no soltanto inverosimile che sortissero, ma anche quelli lo volessino, impossibile ottenere che lo potessino, vi si portano domani, dice, i fogli, dicevano, c’è svariate procedure, mentre intanto li trattavano, vi si tratta, sostenevano, terapie cautelative, di natura obbligatoria, in pratica, attuata dal Comune, l’è il Comune ad attuarla, per il bene generale, non esiste, ripetevano, trattamenti ultimativi, li trattavano soltanto per misura preventiva, tanto, dice, lo ignoravano tutto quello si svolgeva, solo, cose, si sapesse, il momento che venivano, e basta, mai nessuno lo sapesse il destino proveniva, ma nessuno la cambiasse, la maniera procedeva, anche fosse, se lo fosse, si polesse si sapeva, avveniva s’attuasse, senza altro concepibile, come, tutto, a agni modo, uguale a un-nonnnulla fluttuante, nello spazio siderale, se lo fosse intuibile, o piuttosto, più simile, un nebbioso come alone di solo vuoto, da per sempre, in eterno, pervadente ogni cosa…


LA CASA DEI RICORDI

Nel corso della storia l’area del nostro cervello è stata spesso paragonata a un palazzo che contiene una quantità infinita di dsale in cui tutte le nostre raccolte di ricordi in continuo ampliamento prendono posto in scomparti o livelli diversi.
Il primo che risulta abbia avnzato questa teoria è il poeta greco simonide, vissuto tra il VI e il V secolo a.C.
Di lui si narra che un giorno partecipò a una festa in un palazzo. Dopo che se ne fu andato, il tetto crollò uccidendo tutti coloro con cui aveva appena fimito di parlare bere e mangiare. esseri umani vivi che di colpo non c’erano più. Quando si rese conto di essere in gardo di vedere tutto quanto davanti agli pcchi, fin nei minimi dettagli, così come era primaq che il tetto crollasse, cominciò a immaginare che il palazzo esistesse nel mondo esterno tanto quanto nel suo mondo interiore. Con la differenza che nel suo cervello il tetto non era crollato


NEL MONDO DEGLI ARCIFANFANI

Difficile si mostri l’arcifanfano, da sé stesso di persona, quelle robe gli portano i ciucai, manda orchi inferiori che tiene al suo servizio, a levarle dai barrocci, o altre creature, come mostri della natura, o animali parlanti, o nani, adibiti a disbrigargli questa e altre faccenduole, trasportargli le cibarie che gli viene sui carretti, eccetra, a loro e altri orchi più umani, cosiddetti, sacchi panaccio duro da ingolfare tegamoni pieni di sugo, che a loro garba tantissimo, aglio, zucche, peperoni, cipolle, diodiavolo, tutta roba fatta da noi, dice, queste vecchie merdaiole, della quale sono avidi, che sempre cicciaccia cruda che procurano nei boschi di bestie e di omini, madonnaciuca, ragazzotti che si spersero nelle paludi e li trovarono gli orchi, per loro grande sventura, e anche, aperti, bambini più teneri, sui loro cavalli, e vino, gli garba, a bestia, botti, quante massimo ne pole sopra i barrocci, da schiantarle, le ciuche rifinite, e donne, pole sia, ne volessero, legate sopra, da usarle in casa pei servizi che c’è bisogno, compreso anche montarle, volendo, quelle diavole, quande andessino in calore, in cambio delle pelli si fa coperte, e purghe, e impiastri, questi nani loro servi n’hanno ricette, segrete, per il male degli occhi, o catarri, pole sia, fermi dove che si respira, o nel capo, per l’aria fredda, quande gela, l’infinito del cielo, dice, senza luna, negli spazi c’è nei corpi, voti, entrano i mali, dal buio, la più parte, dal fradicio, dall’aria vicino ai morti, vanno subito bruciate tutte quante le carogne, sempre legna averci pronta per dargli foco, cadaveri di omini o bestie morti, stare via dall’acque ferme, piante sia marcite dentro, o la merda di persone, o altre bestie, o fosse paludi, o stagni, o escrementi lasciati, pussa via malati, subito, fussi ancora alcuni sani, e la meglio la sarebbe stare ognuni i cazzi sua, non sentino brutti miasmi, più lontano cacando che ci si dorma, che succede, invece, iodiavolo, cacarsi addosso, quasi, tra noi, uguale anche si vede i polli, stando sempre insieme attaccati, questi animali più stupidi, lo stesso si vive noi pidocchiosi, tra il respiro di corpi guasti…


LA COLPA DELLA COLPA

Dimenticare, pensava, se lui avesse potuto, no solotanto quella parte, la prima(cosiddetta) della sua vita, relativa alla rovina della famiglia dove era nato, dove aveva vissuto gli anni della sua gioventù disgraziata, ivi incluse quelle colpe che gli avevano inculcato, o le avesse realmente, pensava, davvero, dentro sé, se esistesse le colpe, in se stesse, se lo fosse possibile, lo sarebbe stato eguale, fosse state colpe vere o che altro, esistite già sempre di suo, dalla nascita, o venute per la causa (o le cause)che furono, fino a quando la rovina di quella che ora lui chiamava la famiglia non sua, come quasi non fosse stata la sua famiglia colpe, pensa, che lui ora (ne è sicuro) se le era sentite addosso da appena nacque, ovviamente, stante, comunque, oggetivo (per dire) il fatto non solo che lui aveva da sempre scontato subito il suo carico delle pene, nella la casa dove era nato, fino a quando resistibile, e poi infine era partito, per andare dove era andato, per tornare solo dopo che tutto si era armai terminato nel modo che si era terminato eccetra.


PENSIONI DI MERDA

Gli facevano sentire che era un male che faceva, riscotesse la pensione, s’era messo a fare il conto, del suo stato dei consumi, se era questo pretendevano, la corrente non la usava, stufa a gasse, col propano, stava a letto, a testa sotto, col cappello comunale, perché il sangue nel cervello continuasse a circolare, lo sentiva, che tardava, impossibile dormire, ce ne fossero a migliaia, tormentati da ossessioni, come tanti, ultimamente, non riescivano a cacare, l’intestino sempre pieno, senza mai di defecare, orzo, avena, da vitelli, bisognava trangugiare, fare massa, si sentiva, gli dicevano i dottori, per vedere se alla fine li riescisse evacuare, con le purghe è ancora peggio, qualcheduni sostenevano, tutto il tempo la paura, non potersi liberare, che ha capito, si sentiva, riscotesse la pensione, tutti quelli non cacavano, ci si avrebbero i milioni, e non pochi, mentre invece li tassavano, e dovevano pagare, pagare, risonavano le voci, in mezzo ai muri.


ALL’AAARMI, ALL’AAARMI, OGNUNO IL SUO FUCILE, E CHI NON VUOLE E’ UN VILE!!!

Un esercito forte, di popolo, contro ogni pericolo.
Un fucile (mitragliatore)ogni famiglia, una mitragliatrice (pesante) ogni condominio. Una bomba a testa, un mortaio, un lanciafiamme, un bazooka, munizioni a volontà…

Far la guardia, giorno e notte,
Fino a aver le palle rotte!


L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE

E anche se noi fossimo in grado di interpretare la storia e di esaminarne tutte le fonti,che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre più cercare la conferma:la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile.Gli uomini sono sempre stati preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sè e agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza, loro offerta da questa bellezza.Soltanto per pochi la vita è stata comoda e piacevole. I più, dopo aver sperimentato il gioco della vita per un certo tempo, hanno preferito andarsene piuttosto che cominciare di nuovo. Ciò che offriva ed offre loro ancora un attaccamento alla vita, era ed è la paura della morte.Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?


BLATERAZIONI

“…e così, in questi momenti drammatici che viviamo,viene a mancare l’unica luce che potrebbe rischiarare l’orizzonte di tutti: la voce vera e profonda della Chiesa.”

[Antonio Socci]


TRAMONTO DI PORPORA

La buona notizia è che sono
deperibile,
mentre la lumaca striscia sotto
la foglia,
mentre la dama nel caffè
ride una falsa risata,
mentre la Francia brucia
un crepuscolo di porpora.
sono deperibile
e questo è il bello,
mentre il cavallo scalcia
un asse della stalla,
mentre ci affrettiamo verso
il paradiso,
io sono piuttosto deperibile.
metti le scarpe sotto
il letto
allineate.
mentre ulula il cane
l’ultima rana sbuffa
e salta.


IMMIGRATI ISLAMICI (SECONDO CHE I DIXE I GAZZETTINI)

El fato no xe che i sia boni o no i sia boni, che i sia educati tranquili bravi o no bravi eccetra, il fato el xe che i gà odio viscerale, profondo atavico contro i popoli infedeli, ghe xe, i dize, i pensa, i ga scrito, popoli fedeli e infedeli e i popoli infedeli i va tutti sterminai. Poco importa che ghe sia tanti che i dize che i xe moderati; nel profondo dell’animo i ga tuti questa innata ferocia contro noaltri, e noaltri, mona che semo, ghe fasemo anche case, scuole, moschee, quando lori de noantri non solo no i gà alcun rispetto, ma i ga disprezo, semo solo dei vigliacchi, che i dixe, deboli, merde, i dixe, che semo. E la colpa no xe de lori, ma del fatto che i ga questo spirito atavico radicato profondo inconsio assoluto contro noantri, da secoli e secoli, el xe inutile, anca lori, che i pensa, se i lo pensa, poter essere civili educati brava gente come semo nolatri. Nel profondo della mente radicato da secoli i ga tuti questo odio profondo innato atavico secolare primitivo feroce de farne fora tutti. Ghe xe cose ne la mente de l’omo, che xe tropo radicate per poterle sradicare. E noantri che disemo dover essere accoglienti, tolleranti dialoganti e questo e quest’altro. Pori mona che semo.


INCUBO

Quello che lo aspettava non era il buio del nulla, ma un’orrida megera che sorrideva con le gengive a nudo, e non c’era nessuna madonna del desiderio o madre dell’eterno soccorso oltre la pioggia nera coi fanali contro la notte, il morbido incavo tra i seni incipriati e le fragili clavicole alabastrine sopra il velluto sontuoso delle vesti. La vecchia si dondolava come per fargli il verso. Esiste uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che vacillare in eterno?


AUTO-INVITATI

E va bene, mettimi le mutande al contrario, telefona in Cina,
fai volar via gli uccelli,
compra un quadro di una colomba rossa e ricordati
di Herbert Hoover.
quel che cerco di dire è che 6 delle ultime
8 sere abbiamo avuto ospiti, tutti auto-invitati,
e come dice mia moglie:”non vogliamo farli restar male”.
sicchè ci sediamo e li ascoltiamo, certuni famosi
e certuni mica tanto, certuni piuttosto svegli
e divertenti, certuni mica tanto
ma finisce tutto in chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera,
parole, parole, parole, un garbato mulinello di suoni
che rivela innanzi tutto solitudine: in un modo o nell’altro
chiedono tutti di essere accettati,
di essere ascoltati, e ciò è comprensibile,
ma io sono uno di quelli che preferirebbe
starsene tranquillo a casa con la moglie e i suoi 6 gatti
(o di sopra da solo a fare niente).
l’impressione è che sia un egoista
e mi senta sminuito dalla gente
ma non ho l’impressione che loro
si sentano vuoti, ho l’impressione
che li diletti il movimento
delle loro bocche.
e quando se ne vanno quasi tutti accennano
a un’altra visitina.
mia moglie è carina, li saluta con calore,
ha un cuore d’oro, così d’oro che quando, che so,
andiamo al ristorante e scegliamo un tavolo
lei prende il posto da cui si può “veder la gente”
e io quello da cui non è possibile.
d’accordo, sono un figlio del demonio;
l’inera umanità mi annoia e no, non è
paura, sebbene qualcosa in loro mi spaventi,
e non è invidia perché non voglio nulla
di ciò che loro vogliono, è solo che
in tutte quelle ore di
parole parole parole
non sento niente di davvero buono coraggioso o nobile,
e che valga un briciolo del tempo in cui mi hanno impallinato
le cervella.
Te lo ricordi quando avevi l’abitudine di buttarli fuori
dalla porta invece di fargli scaricar le batterie
sui tuoi divani,
quei tipi malinconici sempre a caccia di compagnia,
e ti vergogni di te stesso per esserti arreso
alle loro insane fesserie
ma altrimenti tua moglie direbbe:
“pensi di essere forse l’unico essere umano
sulla terra?”
Vedete, ecco come il diavolo
mi acchiappa.
Perciò io ascolto e loro si sentiranno
realizzati.


SPROFONDAMENTO

Spesso ci addentriamo a tal punto in un’esagerazione (mentale)che finiamo per considerare quell’esagerazione (mentale) il solo fatto coerente, e non percepiamo neanche più il fatto reale, ma solo l’esagerazione (mentale) smisuratamente spinta all’estremo.


INFINITO

Sii lieto, ché il dolore sarà infinito: nel cielo avverranno le congiunzioni dei pianeti e i mattoni che si faranno col tuo corpo saranno per i palazzi degli altri.


EUGENIO SCALFARI (SCRIBA CONCLAMATO)

“In Francia per esempio i musulmani sono 7 milioni. In gran parte moderati, ma pur sempre musulmani.”

[Eugenio Scalfari]


AUTORITRATTO D’ARTISTA (ME PRESENTE)

“…Ho sempre smanacciato coi colori e le matite, e soprattutto con la carta e le figure. Normale. Ma debbo[l’autore usa, secondo me, non impropriamente, ma diciamo, gli ho detto, io , pedissequamente prolissamente artatatamente vigliaccamente, eccetra, “debbo,” invece di devo, “vado” invece di vo, “faccio” invece di fo, stateci attenti, fateci caso, glielo ho fatto ossservare, io, diverse volte, chi sono io, non ha importanza, l’importante è…] dire che ricordo sempre, fin dove può andare a pescare il mio ricordo, di avere trescato e armeggiato con la reppresentazione e i materiali della rappresentazione. Debbo [ancora!]però anche ammettere che la mia memoria è cortissima. Ho spesso pensato che questa fosse una forma inconscia e spontanea di protezione. E l’ho alimentata dicendo: la mia piccola intelligenza badiamo a non sovraccaricarla mai. Lasciamola riposare. Ho usato le mie mani, questo sì, ciò che mi consente adesso di lavorare con perizia. Su questo non transigo: faccio [fo!]le cose con totale dedizione e attentissima partecipazione. Ed [anche qui, abbiate pazienza, gli ho detto, non la mettere la “d” di “Ed” lasciala perdere la “d” gli ho detto, io, non importa chi, etc….lui l’ha messa!]ho imparato a usare i pastelli e i pennelli. Perché sono sostanzialmente e sperticatamente un tipo che privilegia l’attività fisica . Sono il mio unico bene. Relazione tra me e il mio corpo: ottima; certe volte ci sopportiamo, in genere ci unisce una perfetta complicità. Immagino che s’era capito fin dall’inizio. L’ingranaggo della mia disperazione? [anche qui: non si capisce da dove sbuchi fori questa “disperazione”, io gliel’ho detto, gliel’ho fatto presente…] Un mistero. [appunto!] Ho cercato di addomesticare il malumore: Ho provato a mettere a frutto le paturnie. Ho dipinto tele con rabbia, con dolore, col senso della fine in ogni cellula [io gliel’ho detto…] E’ sempre finito tutto molto banalmente, senza che mi ricordassi la ragione dello star male, il passare delle giornate senza colore, i danni fatti a me e intorno a me [specialmente!] Come succede a tutti, presumo.


FOTO DI GRUPPO CON SIGNORA

La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantotto anni, germanica: alta m. 1,71, pesa Kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300– 400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati, che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten, e per trentadue anni, naturalmente con interruzioni varie, ha subito quello strano processo che si chiama processo lavorativo: per cinque anni come impiegata priva di ogni preparazione professionale nell’ufficio del padre; per ventisette come operaia, ugualmente non qualificata, nel ramo della floricultura. Poiché, in un momento inflazionistico, si è disfatta con molta leggerezza di una cospicua proprietà immobiliare, una non disprezzabile casa d’affitto nella città nuova, che oggi varrebbe non meno di centocinquantamila marchi, è piuttosto priva di mezzi, dopo aver lasciato il suo lavoro senza un serio motivo, non essendo né vecchia né malata. Poiché nel 1941 è stata moglie per tre giorni di un ufficiale di professione della Wehrmacht, oggi riscuote una pensione di vedova di guerra, cui non si è ancora aggiunta una pensione dell’assicurazione sociale. Si può dunque dire che Leni, al momento – e non solo dal punto di vista finanziario – fa una vita da cane, specie da quando il suo amato figliuolo sta in galera.


ANCORA TU LACAN! (A IMITAZIONE di “ANCORA TU, CRISPINO!” di GIOVENALE

L’ordine simbolico, identificato con il concetto di grande Altro, è da intendere come il luogo dell’insieme degli elementi significanti, nonostante a questa data permanga una certa ambiguità dovuta all’idea non ancora dismessa di intersoggettività, idea che fa oscillare l’Altro da partner simbolico del Soggetto a luogo dei significanti (“il tesoro dei significanti” dice Lacan). Se l’ordine simbolico, identificato con l’Altro, è il luogo dell’insieme dei significanti, qual è la legge che governa questo insieme, al tempo stesso strutturandolo? Bisogna notare che, diversamente dal Seminario I che muoveva da considerazioni tecniche, questo prende spunto dalla metapsicologia freudiana. L’intento qui è di arrivare a spiegare l’automatismo di ripetizione freudiano come ripetizione simbolica, e di giungere alla formulazione delle leggi logiche -cioè in definitiva della sintassi- che regolano le permutazioni dei significanti. Il legame fra ripetizione -concetto eminentemente clinico- e logica formale, di non immediata evidenza, si radica appunto nell’idea che la ripetizione sia l’espressione di un automatismo: è questo automatismo che prescrive ad ogni elemento di una serie definita un ritorno periodico, regolato secondo una sequenza perfettamente dimostrabile e prevedibile. L’automatismo altro non sarebbe che la manifestazione di una legge di successione intrinseca alla serie stessa, che non ha bisogno di essere posta dall’esterno poiché si istituisce rigorosamente e in maniera permanente a partire dalle prime casuali associazioni di elementi. L’automatismo di ripetizione, posto su queste inedite basi teoriche, dà finalmente uno statuto proprio tanto alla memoria freudiana -in quanto rimemorazione concepibile solo nell’ordine simbolico (cioè il luogo in cui sono racchiusi tutti gli elementi che compongono la storia del soggetto)- sia al desiderio freudiano, caratteristicamente inestinguibile, che solo nella catena simbolica può trovare adeguato ancoramento e giustificazione.


FILOSOFIA: SPIEGARE TUTTO

Poco dopo l’alba, o quella che sarebbe stata l’alba in un cielo normale, Mr. Artur Sammler col suo occhio cespuglioso percepì la presenza dei libri e delle carte nella sua camera da letto di West Side e sospettò fortemente che si trattasse di libri sbagliati, di carte sbagliate. In un certo senso non aveva troppo importanza per un uomo di oltre settant’anni e per di più senza impegni di sorta. Bisognava proprio essere dei pazzoidi ad insistere di aver ragione. Aver ragione era in larga misura una questione di spiegazioni. L’uomo intellettuale era diventato un essere spiegante. I padri ai figli, le mogli ai mariti, i conferenzieri agli ascoltatori, gli esperti ai profani, i colleghi ai colleghi, i medici ai pazienti, l’uomo alla propria anima, tutti spiegavano. Le radici di questo, le cause di quest’altro, l’origine di determinati eventi, la struttura, i motivi per cui.


PSICOSOFIA

La psichiatria del XIX secolo converge realmente verso Freud, il primo ad aver seriamente accettato la realtà della coppia medico-malato. Mentre il malato mentale è interamente alienato nella persona del suo medico, il medico dissipa la realtà della medicina mentale nel concetto critico di follia. Verso il medico Freud ha fatto confluire tutte le strutture approntate per l’internamento. Ha certo liberato il malato dall’esistenza manicomiale ove l’avevano alienato i suoi “liberatori”; ma non lo ha liberato da quel che questa esistenza aveva di essenziale; ne ha radunati i poteri li ha tesi al massimo annodandoli tra le mani del medico; ha creato la situazione psicanalitica in cui, grazie a un geniale cortocircuito, l’alienazione diviene disalienazione, perché, nel medico, essa diventa soggetto. Il medico, in quanto figura alienante, rimane la chiave della psicanalisi. Forse proprio perché non ha soppresso quest’ultima struttura, e vi ha ricondotto tutte le altre, la psicanalisi non può, non potrà intendere le voci della déraison, né decifrare intrinsecamente i segni dell’insensato. La psicanalisi può sciogliere alcune forme di follia; ma rimane estranea al lavoro sovrano della déraison


SQUOLA

A poco a poco le cose si sistemarono e l’istruzione iniziò il suo corso. Ora non riuscivo a capire perché dovessi rimanere seduto quando invece l’insegnante girava fra i banchi: così mi misi anch’io a girare con lui. Mi ordinò di tornare al mio posto. Ci rimasi, ma appena le prime lettere apparvero sulla lavagna iniziai a vomitare. Fui mandato a casa e ripulito; papà mi elargì un avviso solenne: “Non rifare questa scena o le prenderai”. Tornai di nuovo a scuola e sedetti al mio posto, tentando di rimanere calmo. L’insegnante andò di nuovo alla lavagna, scrisse alcune lettere e di nuovo io vomitai. “Non è ancora pronto per venire a scuola – sentenziò il maestro – lo riporti l’anno prossimo”. “Si calmerà – rispose papà – è una cosa così”, ed era vero: dopo due settimane mi abituai alla nuova vita e mi piaceva. Due anni dopo dovetti persino cambiare classe: la maestra, Fräulein Wunderer, si lamentò che ero troppo duro per lei. Non ho alcuna idea di cosa possa averla spinta a tale affermazione, ma sembra che i miei problemi fossero scomparsi. Mi viene da rabbrividire se penso a come mi avrebbe potuto ridurre uno Psichiatra Infantile Statunitense.


LO STRANIERO

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: ‘Non è colpa mia’. Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo”.


ALLO STATO (COSIDDETTO) PROTETTO

Una creatura perfettamente malvagia ma intelligente preferirà vivere in una condizione civile piuttosto che in uno stato di natura, per essere protetto dalla violenza che gli altri, essendo diavoli come lui, gli faranno sicuramente; e preferirà la repubblica al dispotismo perché il potere incontrollato di un despota che sia diabolico, come lui, è di gran lunga più pericoloso del potere diviso e regolato di una costituzione repubblicana.


MENO BENE CHE MALE

Non v’è un solo giorno che l’uomo, per quanto molto potente e ricco, possa passare in questo mondo tra la prosperità e i piaceri, senza dolori o del corpo o dell’anima. Infatti, non può avere tutto quel che vuole, e v’è sempre qualcosa di quel che non vuole. Certamente sono incomparabilmente di più i beni di cui manca che non quelli che possiede. Perciò è più misero che felice. Il bene che si possiede, esso soltanto dà gioia; quello che non si ha, rattrista.


IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE

Una civiltà nasce nel punto in cui una grande anima si desta dallo stato della psichicità primordiale di una umanità eternamente giovane e si distacca, forma dall’informe, realtà limitata e peritura di fronte allo sconfinato e al perenne. Essa fiorisce sul suolo di un paesaggio esattamente delimitabile, al quale resta radicata come una pianta. Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità sotto specie di popoli, lingue, forme di fede, arti Stati, scienze; essa allora si riconfonde con l’elemento animico primordiale. Ma finché essa vive, la sua esistenza nella successione delle grandi epoche, che contrassegnano con tratti decisi la sua progressiva realizzazione, è una lotta intima e appassionata per l’affermazione dell’idea contro le potenze del caos all’esterno, così come contro l’inconscio all’interno, ove tali potenze si ritirano irate. Non è solo l’artista a lottare contro la resistenza della materia e contro ciò che in lui vuol negare l’idea. Ogni civiltà sta in un rapporto profondamente simbolico e quasi mistico con l’esteso, con lo spazio in cui e attraverso cui essa intende realizzarsi. Una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione. Ecco quel che noi sentiamo e intendiamo nelle parole egizianismo, bizantinismo, mandarinismo. Così essa, gigantesco albero disseccato di una foresta vergine, ancor per secoli e per millenni può protendere le sue ramificazioni marcite. Lo vediamo in Cina, in India, nel mondo dell’Islam. Così la civilizzazione antica del periodo imperiale giganteggiò in apparenza di forza giovanile e di pienezza, togliendo luce e aria alla giovane civiltà araba d’Oriente. Questo è il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente. Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio.


FILOSOFIA FONETICA

Che la metafisica sia sorta entro un orizzonte culturale che si avvale di una scrittura fonetica è un dato storico non secondario, poiché solo una scrittura fonetica avrebbe potuto consentire il sorgere di una concettualità in cui opposizioni come senso/lettera, spirito/materia, intelligibile/sensibile, verità/errore fossero sovrapponibili con quella voce/scrittura. Ma tutti i tentativi di relegare la scrittura a una funzione secondaria, accessoria e subordinata non sarebbero altro che tentativi di difesa dalla sua potenziale carica sovversiva, eversiva; che insomma nella vicenda della scrittura operi una sorta di “rimozione” è provato secondo Derrida dal fatto che, in realtà, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc. La decostruzione sfrutta il potenziale sovversivo – o quantomeno dislocante – di questi elementi scritti ma non dicibili, poiché essi consentono di operare differenze di senso inaudite, che segnano uno scarto rispetto al dominio fonologocentrico.


FILOSOFIA PER IL POPOLO

In quanto destino della necessità, la verità è l’apparire dell’esser sé dell’essente in quanto tale (ossia di ogni essente); e cioè l’apparire del suo non esser l’altro da sé, ossia dell’impossibilità del suo divenir l’altro da sé, ossia del suo essere eterno. L’apparire dell’essente è l’apparire della totalità degli enti che appaiono […] Le parti sono un molteplice. L’apparire di una parte è la relazione dell’apparire trascendentale a una parte di tale totalità […] Ciò significa che esiste una molteplicità di queste relazioni. In questo senso, molteplice non è solo il contenuto che appare, ma anche il suo apparire.


ATTENDERE UN MIRACOLO

Il fatto è che tutti gli uomini che gettano uno sguardo sulle loro rovine passate credono – per evitare le rovine future – che sia in loro potere ricominciare qualche cosa di radicalmente nuovo. Fanno a se stessi una promessa solenne e attendono un miracolo che li tiri fuori dal baratro mediocre in cui il destino li ha sprofondati. Ma non accade nulla. Tutti continuano a essere gli stessi, modificati soltanto dall’accentuarsi di quella tendenza a decadere che è il loro marchio.


FILOSOFIA DELLA FILOSOFIA DELLA FILOSOFIA DELLA FILOSOFIA…

Gli interrogativi sono i seguenti: è il logos del discorso argomentativo a ricevere il suo fondamento di validità dal senso temporale dell’essere e, quindi, dalla storia (epocale) dell’essere o sono la temporalità dell’essere e la storia epocale dell’essere a ricevere dal discorso argomentativo il loro fondamento di validità? In modo più generalizzato: la pretesa di validità di un’asserzione filosofica (di ogni asserzione filosofica) dipenderà dal logos della temporalità e della storicità dell’essere o dal logos sovratemporale e sovrastorico del discorso argomentativo? Detto ancora diversamente: è possibile parlare di pretesa universale di validità in riferimento a un logos trascendentale o tutto dipende dagli stili di vita o modi di vivere (Wittgenstein) o da aperture storiche (Heidegger) razionalmente non controllabili? E ancora: è possibile parlare di fondazione o meglio di fondazione ultima, nonché di etica del discorso e fondazione dell’etica o fondazione di norme, in ultima analisi, di fondazione della scienza e della filosofia? A queste domande risponde con illuminante chiarezza l’ermeneutica trascendentale di Apel, sfidando tutti i relativismi e gli scetticismi che accompagnano il pensiero moderno.