Archivi del mese: ottobre 2015

UNA LUPA

Le fece delle promesse e le giurò che le avrebbe mantenute. Che l’avrebbe portata tra le montagne, dove avrebbe trovato altri della sua specie. Lei lo guardò con quei suoi occhi gialli, che tradivano non disperazione, ma soltanto quell’insondabile, profonda solitudine che è l’impronta più tipica di questo mondo.


DUE SOGNI

Dopo che è morto ho fatto due sogni su di lui. Il primo non me lo ricordo tanto bene, lo incontravo in città da qualche parte e mi regalava dei soldi e mi pare che lì perdevo. Ma nel secondo sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo, io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. Attraversavo un passo in mezzo alle montagne. Faceva freddo e a terra c’era la neve, lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Senza dire una parola. Continuava a cavalcare, era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa, e quando mi passava davanti mi accorgevo che aveva in mano una fiaccola ricavata da un cor no, come usava ai vecchi tempi, e io vedevo il comò alla lu ce della fiamma. Era del colore della luna. E nel sogno sape vo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qual che parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi. E poi mi sono svegliato.


PROTAGORA O NO?

E’ impossibile dire che ogni rappresentazione è vera, perché si può rovesciare l’argomento, come hanno insegnato Democrito e Platone opponendosi a Protagora. Infatti, se ogni rappresentazione è vera, sarà anche vero che ogni rappresentazione non è vera, appogiandosi nel dirlo su una rappresentazione; ne consegue che dire che ogni rappresentazione è vera sarà falso.


OPERAZIONI

Il 1923 non fu un anno particolarmente felice per Freud, che aveva allora 67 anni, se non altro perché si accorse di avere un cancro alla mandibola. A questo cancro sopravvisse 16 anni, tra immense sofferenze e 33 operazioni chirurgiche, che però non gli tolsero la determinazione ad andare avanti con i suoi studi e le sue teorie. In questi anni Freud non si distaccò mai neanche dal suo sigaro, tanto gli era affezionato.

La malattia cominciò a manifestarsi con brevi ma ricorrenti gengivorragie interessanti l’arcata alveolare superiore destra.

Freud inizialmente non dette particolare importanza a questi sintomi, fino a che non notò in corrispondenza della sede dell’emorragia una tumefazione che dopo un po’ cominciò ad estendersi verso il palato. Decise allora di consultare il prof. Hajek, eminente rinologo di origini slave, direttore della Clinica Rinolaringoiatrica dell’Università di Vienna, il quale gli diagnosticò una lesione leucoplasica dovuta al fumo, consigliandone l’asportazione chirurgica.

Qualche giorno dopo fu effettuato il primo dei numerosi interventi a cui sarebbe dovuto ricorrere, seguito da cicli di terapia radiante, avendo l’esame istologico rivelato la natura maligna della lesione, risultata un carcinoma.

Quattro mesi dopo, la regione precedentemente trattata chirurgicamente fu interessata da un’ulcera crateriforme del palato duro che si estendeva ai tessuti molli della guancia, alla mucosa mandibolare adiacente fino a lambire il margine linguale.

Alla luce di questo nuovo quadro, si predispose un intervento radicale che fu affidato al prof. Pichhler di Vienna, uno dei più insigni specialisti europei di chirurgia orale, al quale Freud si rivolse in quanto impressionato negativamente da alcuni atteggiamenti poco professionali del prof. Hajek.

L’operazione fu programmata in due tempi chirurgici: nel primo, dopo una pregressa estrazione di parecchi denti da entrambe le emiarcate alveolari di destra e previa la fabbricazione di una protesi palatina su stampo, fu effettuato uno svuotamento laterocervicale omolaterale sopraioideo dei linfonodi sottomandibolari e cervicali superiori (risultati non interessati da metastasi) e la legatura dell’arteria carotide esterna.

Dopo una settimana si procedette, mediante un’incisione paralateronasale destra, ad asportare la zona di palato duro interessata dalla neoplasia e la parte anteriore del ramo ascendente della mandibola omolaterale, con conservazione del palato molle e chiusura della breccia palatina con un innesto cutaneo alla Thiersch prelevato dalla regione deltoidea destra.

Una recidiva a due mesi, richiese anche l’asportazione di parte del palato molle. Dopo questo importante intervento, cominciarono 16 anni di disagi e sofferenze, costellati dal ripetersi della malattia e da innumerevoli altre operazioni effettuate chirurgicamente o per diatermia di piccole escrescenze papillomatose rivelatesi istologicamente e puntualmente sempre di natura carcinomatosa. Esse richiedevano il rimaneggiamento continuo della protesi palatina ed il ricorso ininterrotto a cicli di terapia radiante generale o locale per infissione. In questo suo lungo calvario fu sottoposto complessivamente a trentatré interventi di chirurgia orale, sotto il controllo, tra gli altri, di illustri specialisti dell’epoca come il prof. Neumann, il prof. Kazanijan ed il prof. Rigaud.

Freud era sicuramente un uomo fortemente predisposto alle dipendenze, visto quella acquisita in passato nei confronti della cocaina e vista la sua incapacità a privarsi del sigaro.


FEDELE AMICA

Restai depresso per più di un anno; la depressione per me era come un animale, qualcosa di ben definito e localizzabile. Mi potevo svegliare, aprire gli occhi, ascoltare… C’è o non c’è? Nessun segno di essa. Forse dorme. Forse oggi mi lascerà in pace. Con prudenza, con molta prudenza, mi alzo dal letto. È tutto tranquillo. Vado in cucina e comincio a fare colazione. Nessun suono. Accendo la radio. C’è un programma che non sopporto. Delle voci che non sopporto Mangio e guardo fuori dalla finestra, verso la casa di fronte. Lentamente il cibo riempie il mio stomaco e mi dà forza. Ora una corsa in bagno e poi via per la mia passeggiata mattutina – ed eccola, la mia fedele depressione: “Pensavi di poter restare senza di me?”


NON AVRAI ALTRO STATO FUORI CHE QUESTO

Che, dice, dappertutto, si sentiva, dicevano, non lo fosse possibile che di vivere dentro lo Stato, non lo fosse concepibile, si sentiva, blatervano, esistessi si vivesse fori qualsiasi Stato, quale che fosse, non ci fussi, ipotizzavano, nessuno Stato vigente, si tornasse come ai tempi della vita primitiva,come bestie feroci, o tornare, berciavano alle bestie feroci (che siamo tutti) o lo Stato vincolante, come quello che di ora ora, e si vedeva queste immense distese di Stati attuali, entro i loro confini minati, s’enno messi i confini minati, spiegavano, perché altri non venissino negli Stati noi si fecero
nel corso dei secoli, noi, berciavano, si fecero con fatica questi Stati civili, per sopravvivere, e vorrebero,ora, venirci tutti senza avere fatto un cazzo di nulla, fate, urlavano, lo Stato, nei vistri posti, e poi, magari, pagando, trasferitevi nei nostri Stati, se vi accettassino, e apparivano, lontano, i palazzi dei Governi di Satato, coi loro addetti, guardate, dicevano questi grandi palazzi, l’è qui dentro si discute le leggi, i regolamenti, le sanzioni eccetra, senza fosse le leggi, si sarebbe nella merda, chi lo fosse nella merda, bociavano, si facessero anche loro, le leggi, le sanzioni, e di seguito, non venissero da quelli che le leggi digià l’avessero, da secoli, comquistate col sangue,
diodiavolo,e lo erano orgogliosi che loro vivessino
dentro i fili spinati, c’è i fili spinati, berciavano,
che nessuno si provassi a venire, se lo fosse, sbraitavano, che qualcuno si provassi, non solo resterebbano trinciati dai fili spinati, ma poi dopo si chiudessero nelle celle sotterranee, e c’era, si sapeva, sapevano, queste celle sotterranee lunghe kilometri, dove fosse che tenevano quelli erano venuti,e lo erano orgogliosi, con il loro presidenti alla guida, nessuno escluso, che lo fussino uno Stato civile, siamo, dicevano, i presidenti, Sati Civili, provenuti dalla lotta contro grosse dittature, da una parte, proclamavano, le dittature, che potevano anche sempre rinascere, dall’altra la pressione ai confini, che lo era, si sentiva, sempre meno controllabile, e vivevano
contenti nei loro Stati schifosi, lo saranno anche schifosi, berciavano, ma sempre meglio che stare fori.


MOSTRI

Impossibile da ognuno non seguisse il suo destino come 1 di morte 2 di esistenza nel delirio tenebre eccetra 3 totalmente inconoscibile da nessuno, ma comunque mai possibile vi potessero sfuggire, già di esserci, chi c’era, era quello il suo cammino, per sempre, tutto il resto inattuabile, concezioni inverosimili eccetra, idiozie spropositate, non conformi alla natura, senza poi considerare quelli stavano rinchiusi, abomini di natura, da tenere incarcerati, questi Enti, ripetevano, adibiti alla funzione, di tenere segregati questi mostri senza nome, fino al tempo la morte, da una parte l’esistenza di questi enti preposti all’occultamento dei mostri della natura viventi, dall’altra la presenza occulta invisibile di più ancora di questi mostri nei segreti labirinti delle case esistenti, corridoi, stanze, soffitte, cantine, infiniti, la presenza di edifici in apparenza edifici normali, di cosidetta edilizia urbana, abitativi, industriali, eccetra, commerciali, e via discorrendo, magazzini, rimesse, eccetra, dove erano celati questo alto contenuto di mostri della natura, oltre i limiti, di ogni orrore possibile, estremo, dall’esterno, si vedevano, queste enormi costruzioni, sotto forma di ricoveri, di case di riposo per vecchi, l’è una casa di riposo, si sentiva che dicevano, l’è un ricovero statale, l’è una scuola sordomuti, bambini ciechi, nati poveri, eccetra, sono invece dei depositi, senza modo di sortire.


LO SFACELO POLITICO IN ATTO, DA SEMPRE

Lo sfacelo politico in atto, cosa, lui, dice, considera, alla quale ogni uno inerente, all’interno, medesimo, incluso, nel consorzio statale, alla nascita, eccetra, non essendo concepibile si vedesse di esistere senza fosse lo stato, e consimili, ma infestare, questo essente assoluto politico, ovunque, precipuo, la natura delli omini, se lo fosse, dice, scrive, esistesse la natura di questi omini (cosa non definibile) anche ivi compreso che lo fosse politica, come suo peculiare, alla base, genetica, o venuto più tardi, di seguito, se lo essendo generata, a dei fini, e per quali di questi fini, e in che modo, eccetra, tutto questo a noi ignoto, ma comunque, anche fosse, a ogni modo, esistente come bassa politica, corruzione politica, e più nulla, chi lo dice esistesse (o polesse esistesse)politica, come fatto in se stesso, preminente, essenziale, lo dicesse una cosa totalmente senza di senso, quande invece esistesse (o polesse esistesse) solo frode politica, decadenza politica, impostura politica, eccetra, ovviamente, sempre al grado più in basso, mentre invece, la sua famiglia, no soltanto avvenuto, sosteneva, per loro, rimanere al di fuori ogni ambito pubblico, conseguente la clausura nelle case di tenebra, sgabuzzini di buio, o anche meno, ma il continuo ritrovarsi per loro di sussistere al mondo come morti ante vitam, come larve già vote, per dire, inumane, come spesso lo dicevano i parenti vicentini, i cugini di Bassano del Grappa, gli zii di Lonigo, questo inferno di questi posti, dicevano, dove loro tenuti di forza nel periodo di lunghe estati di sole a picco, nelle vote pianure, e altri posti spaventevoli, di calure spaventose, come esempio Montaione, Scandicci, Brozzi, S.Donnino, Tavarnuzze, Sesto, Campi, Peretola, Calenzano, ricorda, immagina, eccetra, fino venne Panzanatico, dove subito sembratogli, Panzanatico, fin dal primo momento, come essere la sede più fruibile per qualunque compimento quasiasi, di tutti i generi, dopo il tempo anteriore, passato, c’era stato questo tempo, mettiamo, compiuto, anteriore, nella vita di loro, e poi dopo, alla fine, venne quello di Panzanatico, dopo gli anni che viverono, dice, asseriva, sempre in case non-vivibili, in nessun caso, se lo era, definibili, col vocabolo di case, provenute alla sua moglie, mamma, eccetra, da famiglie subalterne, dipendenti demaniali, del catasto, tribunali, o anche sotto, dei gradi bassi, degli uffici sanitari, revisori delle tasse, usceri, eccetra, o che altro, abitanti via Salerno, via Volturno, via Marconi, via Sirtori, viale Bovio, via Saturno, via Capponi, eccetra, tutte genti inseriti in lavori come dire i più umili, di infimo grado, che in effettti si sentiva lo erano i lavori che c’erano, come anche, proveniva, che diceva altre persone, se esistesse, si sentiva, chi ci avessero un briciolo di coscienza, non potessero che ritenere che lavori cosiddetti da infamia la maggior parte dei lavori eseguiti dagli omini, non soltanto dicevano, relativo a questa situazione di infamia attuale di ora dei nostri tempi, ma, da sempre, in aeternum, che lo fosse si sentiva il lavori eseguiti dagli omini la condanna a lavori infamanti, da sempre, e nient’altro, senza, dice, nessuno escluso, comprendendoli tutti, chi negasse, si sentiva, che i lavori eseguiti dagli omini, in pratica, tutti, non lo fosse che condanna a lavori solamente spregevoli, e basta, lo direbbe una cosa del tutto falsa, (se lo fosse ripetevano che esistesse cose vere, qualsiasi, o no solo menzogne nell’animo) due ce n’era di menzogne, quelle vere di natura, in quanto cose definite non vere in se stesse, congenite (ammettendo esistibile) straniazioni dell’animo, eccetra, intrusioni mentali, interne, sue proprie, e trasimili, e menzogne in quanto tali, a carattere sociale, di natura umanitaria (sic), invece non lo fossero dei lavori abonminevoli, ogni tipo di lavori eseguiti e/o eseguibili, dalle genti del popolo, ivi incluso il suo fratello, come addetto alla chiusura dei flaconi dei prelievi, sangue, plasma, muco, azoto, e anche peggio, definendoli prelievi, ogni specie di escrezioni, all’Azienda il Sacro Cuore, sigillare boccettoni, fluidi, sangue, resti organici, o diverse amputazioni, per le analisi, dicavano, nelle varie divisioni, e restava queste ceste costipate di flaconi, rimanere, rimanevano, normalmente giacenti, anche mesi, causato dice dovuto all’inerzia sociale, politica, intrinseca, degli addetti d’ogni genere, in toto, mentre intanto, dice, proveniva, dicevano, sprofondavano nella merda, che li stava portando via tutti, fino al giorno, si sentiva, feci, urine, la catasta questi cumuli fetidi giacente da anni dentro ai depositi, se li avrebbe ingoiati tutti (senza averci nessun senso accusare qualcheduno e che questo qualcheduno risultasse responsabile, anche solo pensarlo) mentre ancora procedevano, nei reparti contagiati, dottor Sega, dottor Tani, Dottor Nesti, dottor Cioni, il Bracci, il Piazzesi, il Gavilli, il Fuligni, il Burchi, il Meconi, dove, dice, dicevano, i cunicoli, si perdevano chissaperdove, no soltanto pretendevano, non lo era analizzato, ma disperso, nel nulla, si sentiva, sostenevano, i pazienti che bociavano, e degli altri che dicevano era tutto come era, impossibile di vivere perseguendo la salute, l’era inane perseguissero delle cose mai avvenute.


POSTI SENZA (COSIDDETTI) ACCADIMENTI

Passo passo, dei chilometri, sotto il muro delle case, era giunto, omo malato, agli immensi piazzaloni, pieno cani che latravano, dove stavano accampati, senza luce e senza stelle, nel cielo buio, Orione, il Carro, nulla, sotto l’aria nuvolosa, vieni vieni, si sentiva, dalle luride cucine, vecchie maghe dell’Abruzzo, teste morte cucinavano, sette giorni e sette notti, gorgogliava i pentoloni, ocus-pocus, proveniva, dalle cose che dicevano, era tutto nel destino, disvelavano, le streghe, giungeranno, incolonnati, percorrendo il suo cammino, che nessuno ne mancava, nei percorsi abituali, ne vedeva la visione, tra le fiamme dei carboni, case, stanze, malattie, fino ai giorni più vicini, viale Bassi, via Manara, via Ponchielli, via Busoni, via Cairoli, viale Dosio, via Girgenti, via Frassoni, verso il nulla dove andavano, posti senza accadimenti, gli appariva, nemmeno interni, nella sua mente, poi più nulla, fumo.


GIORNI

E poi, dice, quande sembra, incominci a progredire, dentro, sotto, un’altra volta, nella tenebra totale, corsi ciclici periodici, analizzano i giornali, riflussi, eccetra, l’è da grulli di angustiarsi, se non fummo previdenti, ci volesse parsimonia, il momento andesse bene, per il tempo nel futuro, anche ammesso fosse inutile, c’è chi dice è da imbecilli, contenersi con prudenza, pole tutto scomparire, viene sempre ci si penta, aver fatto scrifici, quande venga le sciagure, l’è per cause, si sentiva, totalmente imprevedibili, e altri invece che non era, dentro termini assoluti, nella linea generale, l’è che sia più prevedibile, l’avverarsi del futuro, l’è sbagliato dubitare, c’è dei fatti più probabili, da poterseli aspettare, come già sperimentato, e giù piovere, dio bestia, non si fosse mai creduto, li rendesse tutti matti, continuando a seguitare, e viene, sulle città tetre, fosse sempre state tetre, si sentiva, che parlavano, però mica in questo modo, ricordassero, i più vecchi, sempre, vero, stato tetro, però meno che di ora, tanti invece gli giravano, non riescissero a riscotere, dei quattrini che dicevano che gli fossero dovuti, il problema del riscotere, diventando più difficile, l’é ogni cosa che ristagna, negli affari anche economici, non si move avanti nulla, per il fatto perché piove, escludendo altri fattori, tutto fermo dentro l’acqua, per motivi psicologici, anderebbero affrontati, i disturbi esistenziali, no lasciarsi impressionare, diventava tutto buio, ivi incluse le persone, come l’aria fosse nera, ma comunque essendo inutile di pensarci sempre sopra, l’è a pensarci troppo sopra si diventa disperati, mentre occorre andare avanti, sempre avanti, diocristo, no fermarsi, per quattro gocciole, e giù acqua, dal cielo cupo, lunghi treni sferragliare, dentro la notte, convogli d’infelici, verso ancora altre illusioni, dopo quelle già di ora, sui binari dentro il nulla, facce smorte ai vetri grigi, di vagoni sbertucciati, dove intorno gli si srotola la scena ferroviaria, l’illusorio movimento delle case abbandonate, stazioni morte, eccetra, tutte scene viste e riviste, viaggiatori non viaggianti, pensano, chi ci abbiano un briciolo, cosiddetta, coscienza, treni fantasmi, e ancora degli altri omini, fermi, ai passaggi a livello, incantati, con gli occhi persi, nel gran voto dell’attesa, e passano, genti tristi nei vagoni, verso nomi di città, hanno fogli nelle giacche, l’indirizzo dei parenti, se gli riesce avere soldi, questa volta solo e basta, giurano, assegni post-datati, come detto per telefono, a garanzia, più gli interessi, tempo massimo due mesi, giacche piene di ipoteche, per il tempo da venire, con le firme autenticate, false, vagonate di cambiali, solo ancora qualche mese, giurano, ai fratelli, pole essere, dice, le cognate, che si rivedano, alla morte di qualcheduno, l’è al momento della morte, che succede che riappaiano, decidessero tranquilli, dice, le casse, i becchini, ai figlioli che si occupano loro ogni cosa, il da farsi, e le mamma pettinando i capelli del cadavere, messo, dice, sottoterra, l’è più autentico, più vero, oltre al fatto anche economico, con gli affari poco bene, dice, in salotto, la voce dei parenti, è un periodo molto nero, dice, più forte, che nessuno avesse a chiedere, col pretesto del dolore, aspettare tempi meglio, bisognasse nella vita, e andare avanti, sempre avanti, cristodiddio, treni verso il fallimento, fosse un briciolo di vero, nei pensieri positivi, perché allora queste facce che si vede ai finestrini, come genti agonizzanti, sotto fioche lampadine, viene solo che da piangere, quando curvano lontano, alla fine delle case, condomini d’infelici, ombre tristi dietro i vetri, mentre il tempo è già passato, per sempre, si fa per vivere, si fa per i figlioli, mente ancora, tutti quanti, come scusa, del loro essere, si cercasse si riescisse di lasciargli un mondo meglio, dice, questi imbecilli, che di quello hanno lasciato gli stronzi dei nostri babbi, a quegl’altri che verranno, anche fosse delle merde, quelli di prima, bisognasse essere meglio, quande poi si sarà morti, dureranno i nostri giorni, nel cammino della storia, come fosse che esistesse, tutto dire si potesse, no pretendere sia tale, che si avesse nella mente, vero solo chi ci crede, come leggere nei sogni, c’è scritto dentro i sogni, dice, e leggono, pagando.


ZONA ZZERO

Non-essere-dell’essere-senz’essere, illusioni mai avverate, la totale insensatezza, anche più della normale, relativa agli esistenti, la votezza-universale, egualmente non-pensabile, la fallita generale, relativa alla creazione, prima ancora dell’inizio, posseduta già di suo, propagata nelle genti, che nessuno n’era escluso, che era sempre tutto inutile, che era meglio scomparire, che non era vero nulla, neanche chiedersi se era, si sentiva ripetevano, nell’oscuro della sera.


OMINI E ROSPI

Il Migliorini è un uomo che lavora la terra a un tanto il giorno; cambia padrone quasi tutte le stagioni, ed è bravo a
potare le viti.
Egli comprò, da un suo amico rigattiere, la Gerusalemme e l’Orlando: dieci volumi di quella carta che pare
cencio, e con una piccola figura ogni canto. Quando è l’ora di riposo cava dalla sporta, lasciata a un ramo di qualche
pianta, un volume, e lo legge agli altri.
L’anno che lo conobbi, se pioveva entrava dentro una porta vicina al mio podere, dove ci potevano stare a pena in
dieci, seduti sopra pezzi di legno secco e avanzi di potature.
L’acqua sgocciolava da per tutto e colando dal tronco di un pesco, nato quasi a traverso l’imbocco, faceva una
pozzanghera proprio nel bel mezzo. Ma il Migliorini, con la zappa, scavando un fossetto e alzando un argine con la terra
smossa, aveva provveduto in modo che le scarpe non se le bagnavano più. Poi, acceso un poco di fuoco, arrostiva le fette
del pane, infilandole ad una frusta che egli girava, tenendo l’Orlando aperto sopra una coscia e stando in ginocchio con
l’altra gamba.
Io mi ci sarei indolenzito subito.
Ad ogni ottava, faceva il commento a modo suo, e poi:
– State a sentire com’è bella! Non pare vera?
E batteva le lunghe dita terrose sul libro. Sapeva dire in poche parole la storia di ogni personaggio; e rispondeva a
tutte le domande che gli facevano i compagni. Aveva gli orecchi bucati; ma aspettava che morisse un suo zio che gli
avrebbe lasciato due anelli d’ottone. Portava i capelli lunghi da dietro, come una ragazza a cui stanno per ricrescere dopo
che le sono stati tagliati. Teneva il cappello sopra gli occhi, ed era molto alto. Quando tornava a casa, infilava la sporta
al braccio fino al gomito: d’inverno aveva un pastrano turchino; e al cappello, in vece del solito nastro, una trina nera da
donna.
Una volta, veduto un rospo, insegnò come si uccidono: si prese di bocca, con un dito, la cicca che biascicava e,
messala in cima al coltello, gliela cacciò dentro la gola. Il rospo cominciò a tremare, doventando quasi giallo; apriva e
chiudeva gli occhi, che parevano più piccoli e più lucidi. Quando venne il padrone, perché l’ora del desinare era passata,
con un calcio tirarono in fondo alla balza la bestia già morta, dove facevano le fosse per le viti. E quando, l’anno passato,
ripulirono un gran frontone putrido e verde che pareva una palude, di fianco a un bosco di querci e di castagni, pieno di
macigni e di radici nere, cavavano fuori dall’acqua i rospi con una rete fatta con il filo di ferro, per metterli dentro un
secchio. Quando il secchio era colmo, aprivano una buca con una vanga; e ve li zeppavano dentro. Poi li ricoprivano di
terra; e sopra, dopo averci pigiato con i piedi, lasciavano uno di quei macigni più pesi.
Io andavo da una pianta all’altra senza dir niente, perché sarebbe stato impossibile farli smettere; con il cuore
doventato mencio. Ma come mi s’empì la bocca di saliva che pareva bava, quando vidi una rospa che pareva un grande
involto! E poi che ella mi guardava con quei suoi occhi di ragazza brutta, forse più acuti dei miei, mi sentii venir male.
Ma due anni fa, dopo il vespro, per tornare a casa, io dovevo camminare lungo un viottolo fatto sul margine di un
torrente, scansando a ogni passo i salci e i pioppi. La mia scontentezza cresceva come le ombre; e niente c’era di peggiore
della sera diaccia. Le nebbie salivano lungo il torrente, i salci sgocciolavano, con le gocciole che si fermavano un poco
in punta alle foglie all’ingiù, i pioppi erano umidi. I poggi s’oscuravano, e le terre lavorate doventavano più nere. A
qualche podere vedevo una finestra con il lume. Le chiese avevano già suonato, e i loro echi m’erano parsi di un azzurro
così cupo e taciturno come erano taciturni gli usci rossi delle capanne chiuse e le aie deserte.
Siccome la strada era lunga, mi si faceva buio presto; e, se nessuno s’accompagnava con me, camminavo più piano
quantunque mi crescesse la fretta d’arrivare. Che tristezza desolante e silenziosa! Qualche volta un rovo, i cui tralci erano
stesi in terra, mi si attaccava ai calzoni: prima di distrigarmi, mi approfittavo d’esser stato fermato per sfogare la mia
scontentezza guardando l’ombra dietro a me. Ma tutto il torrente era pieno di rospi da dove ero venuto a dove andavo,
anche così lontano che gli ultimi a pena s’udivano; e la loro voce che mi pareva tranquilla, ed è invece tremula, mi
consolava. Tutti gli altri che avevo veduto morti o agonizzanti ricordavo allora! Quello a cui con una frusta di salcio
avevano fatto un nodo scorsoio e l’avevano lasciato lì ciondoloni; quello infilato, dal ventre, a una canna aguzzata: la
canna riesciva dalla bocca, e il sangue colava più grosso e scuro; quello a cui avevano schiacciato con i sassi tutte e
quattro le zampe; quello accecato con i tizzi della brace; quello sbudellato con un colpo di falcino; quello schiacciato
dalle ruote del carro, a posta; quello lanciato in aria dando un colpo sopra una tavoletta messa in bilico; quello pestato
dai due fidanzati; questi sono i rospi che ho visto morire, silenziosi, con quei loro occhi che di notte luccicano.


GIURO, SPERGIURO; M’ENTRASSE UN TOPO IN CULO.MEZZO FORI E MEZZO DENTRO: ECCO FATTO IL GIURAMENTO!

Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.
Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni. E adesso che l’afflusso di ormoni andava esaurendosi, e la prostata ingrossava, e forse non gli restavano che pochi anni di potenza relativamente affidabile, e forse ancor meno anni di vita; adesso, quando si avvicinava la fine di ogni cosa, gli veniva imposto, per non perdere lei, di stravolgere se stesso.


(SE LO FOSSE CONSEGUIBILE)

Primo, dice, intanto, fosse, per principio, ab aeterno, consistesse ognuna cosa come fatto, ovviamente, ipotetico, nell’insieme totale, solo in quanto esistesse le parole dicevano, adopravano, eccetra, e di seguito, ivi incluso il pensiero (i pensieri) provenisse, tutto quanto, reale, per dire, da un’azione mentale, solo in tanto che lo fosse pensata, ideata, e nient’altro, ivi incluso se stesso, medesimo, tutto questo lui da sempre saputo, creduto, eccetra, ma poi fattosi, dice, ancora, la sostanza del suo essere stesso, specifico (ride) ammettendo esistibile, o egualmente illusione mentale, vaniloquio verbale, eccetra, ma comunque, lo ripete, provenuta, l’origine, se lo fosse, finale, del principio del suo ritiro, del ritiro assoluto, da lui stesso definito, totale, nella casa in mezzo ai boschi, i corvi, le rane, eccetra, solo, dice, in effetti, in pratica, per ragioni, ripete (ride) teoretiche, risalibile, cotesto (presunto) inizio, dei pensieri sui suoi pensieri, in istato ossessivo, all’inizio del suo ritiro, da lui stesso stabilito, nella casa del ritiro assoluto, dice, totale, dall’insieme delle altre case, delle altre genti, eccetra, se lo fosse conseguibile, una cosa di questo genere.


CASA CIECHI DELLO STATO

Il non-essere, fosse, aveva in mente, l’universo delle cose, casa Ciechi dello Stato, c’era scritto, color nero, nato cieco, sempre buio, confinato nel
pensiero, isolato, a letto, nudo, coi calzini da ospedale, bianchi, fatti di cotone, di tessuto naturale, idee fisse, solidali, come gli omini comuni, concezioni abituali, come quelli che vivevano, tutti quanti, lui compreso, lungo gli anni che ci avevano, sbeffeggiato, dal principio, per le sue cosiddette pretese intellettuali, testa di cazzo, che quegl’altri non volevano, apposta, per lui solo, glieli avevano trovati, tutti bianchi, lui credeva, mentre intanto sghignazzavano, verdi, rossi, tricolori, di natura artificiale, se poteva che esistesse, natura vera, o soltanto tutto falso, solamente infatuazioni, infiltrate nel cervello. incluso le finzioni filosofiche, più o meno, si capisce, rigorose, idiota, anni e anni mai vissuti, ve ne fosse positivi, lungo il corso della vita.


CONTRAFFAZIONI

Il linguaggio non serve quando si tratta di dire la verità, di comunicare qualcosa, il linguaggio permette a chi scrive soltanto l’approssimazione, sempre e soltanto la disperata e quindi anche dubbia approssimazione all’oggetto, il linguaggio non riproduce che un’autenticità contraffatta, un quadro spaventosamente deformato, sebbene chi scrive si dia un gran da fare, le parole calpestano e deformano tutto, e sulla carta trasformano la verità assoluta in menzogna.


ORTICHE

Non ce n’era che facciate, senza altro sostanziale, si vedeva, dicevano,
tutte queste brutte facciate sudice lungo le strade, tribunali, scuole uffici, botteghe, negozi, eccetra, e dietro nulla, se si entrava dalle porte si sbucava su monti di spazzature, calcinacci, scarichi dei vecchi tubi, le acque nere e le acque chiare eccetra, e poi le erbacce che crescono
nei posti abbandonati, sulle tombe dei morti, che avevano, dice, abbandonato ogni cosa per ragioni, uno, economiche, che l’era dice troppo gravoso continuare a mantenere queste strutture, da ogni punto di vista, due che l’era sprechi inutili, senza ritorno, si dice le scuole la cultura l’educazione la legge e quant’altro e non erano che idee senza alcuna effettuazione, c’era dice, queste scuole per creare educazione cultura eccetra e nessuno lo sapeva che cultura effettuare, che lo fosse dicevano una cosa importantissima l’educazione, e, non solo la sapevano la maniera di educare quegli altri, ma nemmeno se medesimi, pretendevano, dice, dicevano che ci fosse educazione, cultura o quant’altro, e non c’erano nessuno che ne fosse provveduto, persone, dice, dicevano, di un certo, cosiddetto, livello di questo e di quello, che lo erano sprovvisti non solo di umanità in genere, ma nemmeno di rispetto per chicchesssia, solo sé si rispettavo, e i figlioli, quelle merde, e le massse trascorrevano le giornate dentro questi capannoni abbandonati apparivano ancora in mezzo alle ortiche, che lo avevano, dice, le ortiche, preso piede dappertutto, omniubique, e restava questi pochi passaggi verso il buio di vecchie fornaci in disuso, scarpifici, scatolifici, velenifici, ora chiusi, e c’era queste masse di persone senza rimedio di vita che fumavano l’erba secca, quale che fosse, e guardavano verso il muro, in fondo, grigio


IPOTESI

Lui ti dice che il capitalismo è un sistema dove cane mangia cane. Cos’è la vita se non un sistema dove cane mangia cane? È un sistema in sintonia con la vita. Ed è per questo che funziona. Guarda, tutto quello che i comunisti dicono del capitalismo è vere, e tutto quello che i capitalisti dicono del comunismo è vero. La differenza è che il nostro sistema funziona perché si basa su quella verità che è l’egoismo della gente, e il loro non funziona perché si basa su quella favola che è la fratellanza.


SVANIRE

…scomparire, infine, nel buio, delle foreste oscure:
Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare,
La stanchezza, la malattia, l’ansia
Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,
Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,
Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
E la disperazione regna, dalle ciglia di piombo,
Dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi
E l’amore nuovo non riesce a piangerla oltre il domani.


VERSO NULLA

In fondo io non ho percorso una strada, probabilmente perché ho sempre avuto paura di imboccare una strada senza fine e quindi senza senso. Se volessi, dicevo ogni volta a me stesso, potrei farlo. Ma non ho imboccato nessuna strada. Qualcosa è successo, sono diventato più vecchio, non sono rimasto fermo, ma non ho imboccato nessuna strada.


ZZERO

Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra bene e male, tra la saggezza e la stupidaggine, tra qualche cosa e il nulla come un semplice forse. Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro.


CHE FARE?

Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una «terza» ideologia e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese.


CHINASKI

Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche. Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l’isolamento. L’isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo. E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare… Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Non c’è una sensazione al pari di questa. Sarai da solo con gli Dei, e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta. È l’unica battaglia buona che ci sia.


IL GRANDE RISCHIO

L’uomo tende a rimettersi agli apparati e a far loro posto, anche quando dovrebbe attingere alle proprie intime risorse. Dà prova in tal modo di mancanza di immaginazione. Eppure dovrebbe conoscere i punti dove non è lecito mercanteggiare la propria sovrana libertà di decisione. Fintantoché regna l’ordine, l’acqua scorre nelle tubature e la corrente arriva alle prese. Non appena la vita e la proprietà sono in pericolo, come d’incanto un allarme chiama i vigili del fuoco e la polizia. Ma il grande rischio, è che l’uomo confidi troppo in questi aiuti e si senta perduto se essi vengono a mancare. Ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello.


ESSERE & NON ESSERE

…mentre intanto, si sentiva, proveniva, affermavano, noi non siamo netturbini,dicevano i netturbini, noi non siamo spalterra, pellettieri, stasafogne, infermieri, facchini, postini, imbianchini, rabbini, eccetra, noi non siamo, grugnivano, quelle cose cose che facciamo, le facciamo, pretendevano per poter vivere, per le nostre famiglie, i figlioli, i soceri,le nuore, i cognati eccetra, quei pezzi di merda, noi, realmente, didentro, in fondo all’animo, siamo omini liberi,di natura, individui umani, e nient’altro, noi non siamo dottori, professori, pittori, scrittori, eccetra, lo si fa per la casa, per potere mangiare, per poter diodiavolo, sopravvivere,e non era nulla vero, era quello che erano, nella pratica, tutti, non ce n’era differenze altrimenti riscontrabili, che soltanto lo stare impiegati al lavoro, quale fosse, per sempre.


NIENT’ALTRO

Resistere in solitudine!


VIA PER SEMPRE


NIENTE PAURA!

O penduli salami, cotechini
di Bologna, soavi mortadelle
con il grasso che cola a fior di pelle!
Profumati biroldi, salamini,
sopressate stupende! O vaghe, o buone
salsicce che pendete come liane!
O rosee, vaghissime collane!
E tu, maestosissimo zampone…
A voi salve, o salumi bene amati,
e a quei maiali dei vostri antenati…


SENTINELLE IN PIEDI (OVVIAMENTE)

…e quindi, si capisce, ovviamente, da una parte il pensiero unico e le genti in balìa di questo pensiero unico, totalizzante, dall’altra un manipolo (che poi sono milioni, in realtà, come già dimostrato) di persone intelligenti e coraggiose, pronte a scendere in Piazza per opporsi alla omologazione mentale del popolo. Da una parte la fiaccola del pensiero giusto e libero e umano, dall’altra il gregge delle pecore rimbecillite.


SOLITUDINI

Ascolto e mi sento dettare un mondo congelato in perdita d’equilibrio, sotto una luce debole e calma e niente di più, sufficiente per vedere, capite, e congelata anch’essa. E sento mormorare che tutto si flette e cede, come sotto dei pesi, ma qui non ci sono pesi, e anche il suolo, inadatto a reggere, e anche la luce, verso una fine che sembra non debba mai esserci. Perché che fine può esserci a queste solitudini in cui non ci fu mai vero chiarore, né verticalità, né solida base, ma sempre queste cose pencolanti, slittanti in un franare senza fine, sotto un cielo senza memoria di mattino né speranza di sera. Queste cose, quali cose, venute da dove, fatte di che? E sembra che qui nulla si muova, né mai si sia mosso, né mai si muoverà, salvo io, che non mi muovo neanch’io quando sono qui, bensì osservo e mi mostro. Sì, è un mondo finito, malgrado le apparenze, è la sua fine che lo ha suscitato, è finendo che è cominciato, è abbastanza chiaro? E anch’io sono finito, quando ci sono, gli occhi mi si chiudono, le mie sofferenze cessano e io finisco, piegato come non possono esserlo i viventi.