Archivi del mese: settembre 2015

LE CITTA’ MALEDETTE

Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. Ai margini della comunità, alle porte delle città, si aprono come dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male, ma che sono lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati. Per secoli e secoli queste distese apparterranno all’inumano. Dal XIV al XVII secolo aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi, una nuova incarnazione del male, un’altra smorfia della paura, magie rinnovate di purificazione e di esclusione. A partire dall’Alto Medioevo fino al termine delle Crociate, i lebbrosari avevano moltiplicato le loro città maledette su tutta la superficie dell’Europa. Secondo Mathieu Paris, in tutto il mondo cristiano ce ne sarebbero stati fino a diciannovemila. In ogni caso, verso il 1266, quando Luigi VII stabilisce per la Francia il regolamento dei lebbrosari, ne vengono recensiti più di duemila. Ce ne furono fino a quarantatré nella sola diocesi di Parigi; si contava Bourg-le-Reine, Corbell, Saint-Valé, e il sinistro Champ-Pourri; si contava anche Charenton. I due più grandi si trovavano nelle immediate vicinanze di Parigi – Saint-Germain e Saint-Lazare-…


UOMINI E CANI

… si vedeva, venivano, queste file di cacciatori, mimetici, con le macchine piene di cani, si sentiva questi cani abbaianti, che volevano escire, contenti, che venivano, anche loro, dalle case di viale Nenni, via Baracca, via Boito, via Busoni, via Mascagni, via Benedetto Marcello, come dire, fosse, l’inferno, e aspettavano solo che venesse la mattina presto ancora di buio, loro e i padroni, per scappare dai loro appartamenti merdosi, dal tanfo delle cucine, dei tinelli, delle camere oscene, dal lurido degli acquai, dall’ombra fetida dei cortili umidi, brulicanti di talpe, che c’era dicevano, dice, da ultimo, veniva fori, queste talpe schifose che non se n’era mai viste, ce n’era si, prima, dicevano talpe, ma no così grosse come quelle che di ora, che ora, l’erano, dice, come cani e più grosse, e pelose, gocciolanti di acqua di fogna, verde, e andavano, questi falsi cacciatori, più lontano possibile, con la scusa della caccia alla lepre, ai fagiani, ai merli, ai fringuelli, che non c’era più animali nel raggio di kilometri, partendo da zero, e escivano dove c’era ancora qualche parte di bosco, qualche macchia, qualche sterpo, che lo fosse possibile, da quella distanza, non vedere più nulla di umano, ma solo terra sassosa, piena di rovi, di ginepri, o qualche, ancora, cipresso già morto, bruciato, e passavano, in questi posti inagibili, tutto il giorno, fino dopo il tramonto, gli occhi persi nel voto, e diversi non tornavano mai più a casa, e i cani con loro, sempre andando più lontano, verso dove tutto finito.


ANCHE (E SOPRATTUTTO) DA VECCHI!


NELLE GRINFIE DELLO STATO

Forza cieca della materia, aveva in mente, senza ombra di pensiero, da tutti normalmente usufruita, nella spinta automatica di vivere, mentre lui si figurava l’inizio di un’altra epoca, in dei posti misteriosi, in regioni via lontano, popolate di visioni, stanze vote, intanto, stava, vento freddo per le strade, nella zona che abitavano, risiedevano obbligati, dalle norme che vigevano, inoltrata la domanda, di confino volontario, dopo gli anni trapassati, dentro i singoli istituti, la prigione generale, nelle grinfie dello Stato, le giornate nell’attesa, che venisse desinare, per il suo sostentamento, giorni e notti la paura, non gli dessero mangiare, anche lui ci s’era messo, entro i termini di legge, nelle liste per la casa, con gli assegni integrativi, i congiunti posti a carico, se i diritti ce li avevano, o non aventi, senza fatto i versamenti, cazzi sua se non li fecero, registrato negli uffici, se esitessero i diritti, tutti i fogli sempre pronti, come andavano tenuti, per entrare in graduatoria, nel suo caso in carta libera, per il fatto essendo invalido, con le varie attestazioni, le cartelle dei ricoveri, se potevano valere, ce ne fosse dico uno, senza avercele mai avute, vergognose asportazioni, alla buzza, allo stomaco, all’uccello, ce ne fosse mezzo sano, tutti addosso la paura, chi ci avessero diritto, e non-aventi, l’ottenessero anche loro, in tutti modi, siccome, ritenendo essendo parte, del consorzio popolare, i fondi maturati e maturabili, i figlioli e le figliole, il terrore non avessero, di non essere sicuri, di nulla, tutta la vita.

Tutto quanto che svaniva, nel silenzio più totale, finito il lavoro obbligatorio, degli omini adibiti, in fondo, il rumore, si perdeva, che escivano, diventava tutto buio, l’universo della tenebre, dove dentro scompariva tutte le cose, per le triste infinitudini, si accendevano le luci, nella notte universale, dentro casa tutti chiusi, le famiglie coi figlioli, non usciva più nessuno, tra milioni di altre case, chiuse.


EPPUR VI FU!

Congresso internazionale su I valori permanenti nel divenire storico. Roma, 3-6 ottobre 1968.


ANCHE MANGANELLI POLE ESSERE RETORICO

…quelle cose terribili e ridicole che si chiamano libri la cui storia, come dice Giorgio Manganelli, «dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà».


NON AMORE

Non vi è eresia, né filosofia, tanto aborrita dalla Chiesa, quanto l’essere umano.


WILLIAM BURROUGHS

Dolce lettore, nel flash dell’orgasmo vediamo Dio dal buco del culo.


I DURI NON BALLANO

Mi sono reso conto, a un certo punto, che l’unico vero collaudo della forza – del tono muscolare, per così dire – della sanità mentale, è la capacità di sostenere l’urto di un interrogativo dietro l’altro senza che vi sia mai neanche l’ombra di una risposta.


COSA DIRE A DIO (SE ESISTESSE E ANCHE NO)

Se mi corico dico: «Quando mi alzerò?».
Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
Ricoperta di vermi e croste è la mia carne,
raggrinzita è la mia pelle e si disfà.
I miei giorni sono stati più veloci d’una spola,
sono finiti senza speranza.
Ricordati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene.
Non mi scorgerà più l’occhio di chi mi vede:
i tuoi occhi saranno su di me e io più non sarò. Una nube svanisce e se ne va,
così chi scende agl’inferi più non risale;
non tornerà più nella sua casa,
mai più lo rivedrà la sua dimora.
Ma io non terrò chiusa la mia bocca,
parlerò nell’angoscia del mio spirito,
mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore!
Son io forse il mare oppure un mostro marino,
perché tu mi metta accanto una guardia?
Quando io dico: «Il mio giaciglio mi darà sollievo,
il mio letto allevierà la mia sofferenza»,
tu allora mi spaventi con sogni
e con fantasmi tu mi atterrisci.
Preferirei essere soffocato,
la morte piuttosto che questi miei dolori!
Io mi disfaccio, non vivrò più a lungo.
Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni.
Che è quest’uomo che tu nei fai tanto conto
e a lui rivolgi la tua attenzione
e lo scruti ogni mattina
e ad ogni istante lo metti alla prova?
Fino a quando da me non toglierai lo sguardo
e non mi lascerai inghiottire la saliva?


UNGHERESE

[…] invidio persino la loro lingua, feroce se altre mai, di una bellezza che nulla ha di umano, con quelle sonorità di un altro mondo, possente e corrosiva, fatta per la preghiera, le urla e le lacrime, venuta su dall’inferno per perpetuarne gli accenti e lo splendore. Anche se ne conosco solo le bestemmie mi piace immensamente, non mi stanco di ascoltarla, mi incanta e mi raggela, sono succube del suo fascino e del suo orrore, di tutte quelle parole di nettare e di veleno così adatte alle esigenze dell’agonia. Bisognerebbe spirare in ungherese – o rinunciare a morire. (dalla lettera di Emil M. Cioran a Constantin Noica da Parigi, 1957)


FREUD

“Cara Signora, deduco dalla sua lettera che suo figlio è omosessuale. Sono molto colpito dal fatto che non usi mai questo termine nel darmi le informazioni su di lui. Posso chiedere perché lo evita? L’omosessualità non è certo un vantaggio, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradante; non può essere classificata come una malattia; riteniamo che sia una variazione della funzione sessuale, prodotta da un arresto dello sviluppo sessuale. Molti individui altamente rispettabili di tempi antichi e moderni erano omosessuali, tra di loro c’erano grandi uomini”.


NIENT’ALTRO CHE CANI

« Somministravano bastonate ai cani con perfetta indifferenza, e deridevano chi compativa queste creature come se provassero dolore. Dicevano che gli animali erano orologi; che le grida che emettevano quando erano percossi erano soltanto il rumore di una piccola molla che era stata toccata, e che il corpo nel complesso era privo di sensibilità. Inchiodavano poveri animali a delle tavole per le quattro zampe, per vivisezionarli e osservare la circolazione del sangue, che era un grande argomento di conversazione. »
(Nicholas Fontaine, Memoires pour servir à l’histoire de Port-Royal, Cologne 1738, vol.2, pp.52-53)


EMISSIONI

E se poi si scoprisse, alla fine, derivasse dalle piante concetti geometrici, filosofici, poetici o altri, tutto questo non farebbe che aggiungersi all’enorme emissione di pensiero globale, urbi et orbi, sotto forma di gas di carbonio.


PARAGRAFI

Non esiste esercizio intellettuale che non risulti alla fine inutile. Una dottrina filosofica è all’inizio una descrizione verosimile dell’universo; con il volgere degli anni diventa un semplice capitolo – se non un paragrafo o un nome – della storia della filosofia.


DESTINO


UNIVERSUM

L’universo non è qualcosa di angusto, e l’ordine che vi regna non è ostacolato ad alcuna latitudine nel suo proposito di ripetere ciò che esiste in una parte di ogni altra parte. Anche in questo mondo esistono più cose fuori che dentro la nostra conoscenza, e l’ordine che voi vedete nella creazione è quello ce ci avete messo voi, come un filo in un labirinto, per non smarrirvi. Infatti l’esistenza ha il suo proprio ordine, tale che nessuna mente umana possa abbracciarlo, poiché la mente stessa non è che un fatto in mezzo ad altri fatti.


INTELLIGENZA (COSIDDETTA)

In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter assiomatizzare la teoria elementare dei numeri naturali — vale a dire, sufficientemente potente da definire la struttura dei numeri naturali dotati delle operazioni di somma e prodotto — è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all’interno dello stesso sistema.


TERMINATOIO

Il periodo, il suo marito, del lavoro all’Istituto, poi lo sgombero forzato, che era stato l’inizio degli altri sgomberi, da una parte l’inquilino, il geometra Frassoni, che non si era mai ottenuto si smovesse dalla casa, quando, dice,loro possedevano, questa casa in via delle Cinque Giornate, un quartiere, analizzando, non soltanto ragguardavole nella fascia immobiliare, zona, affacci, condominio, o quant’altro ma anche, dice, dicevano, come ambienti, tagliata bene, in maniera razionale, vivibile, quando le altre che abitarono solo lunghi corridoi, procedenti, e nient’altro, stanza in fondo, sgabuzzini, gabinetto, cucina, e chiuso, da una parte il suo inquilino, il geometra Frassoni, mai potuto farlo smovere dalla casa che occupava, per la quale, sostenevano, non ci aveva i requisiti, di rimanerci, in quanto a reddito, carichi di famiglia, eccetra, da quell’altra il loro moversi, con gli sfratti reiterati, ma comunque questi fatti, risultante, estrapolato dai fogli del suo fratello, come tutto discendesse, in ipotesi, proceduto da cause, venute, esterne, certamente economiche, alle quali, si sentiva, in definitiva possibile ricondurre ogni cosa, al principio, oltre al fatto, il loro caso, il fattore patologico, del patire delirante, mentale, che li aveva incamminati sul trasloco continuo, infinuto, da uno a un altro, tra quartieri, appartamenti, palazzi, eccetra, e quant’altro, del quartiere S. Gervasio, Sette Santi, S.Salvi, Campo di Marte, viale Dei Mille, il Salviatino, via Faentina, le Cure, e di seguito, che se, dice, scrive, lo potrebbe immaginarsi una peregrinazione di una vastità considerevole, enorme, lo era stata nella pratica, chi conosca questi posti, ammettendo esistesse, limitata alla zona stazione, che loro, dicevano, in pratica, da una parte sempre avuto i treni, i binari, come margine estremo, da quell’altra il confine di via Petrella, intendendo, via Petrella, Paesiello, Boccherini, eccetra, Respighi, intendevano, uno dei periodi, se non il periodo, del culmine massimo, in quanto a patire, nell’isolamento quasi totale della mamma nella stanza dei suoi dolori, del suo babbo chiuso a chiave e poi finito come era finito, del figliolo che gli avvenne, dice, dicevano, l’insorgenza degli incontri segreti, con le genti, cosiddette, di altrove, in senso assoluto, dove infine fu perso, mentre andava il suo babbo alla morte da internamento, la sua mamma alla insania totale, nell’inferno dei Fraticini, che ce l’ avevano, dice, portata, da ultimo, interna, dai Fraticini per i vecchi incurabili, da una parte, dice, i vecchi, cosiddetti, definiti, curabili a Careggi , a Varlungo a Torre Galli, al Sacro Cuore, a S.Salvi, a villa Betania, ai Glicini, villa Ada, alle Madri di Dio, eccetra, dall’altra questo immenso arcispedale dei Fraticini che ci stavano immessi i vecchi incurabili, in fine di vita dove, dice, dicevano, una volta entratoci dentro uno vecchio o anche meno, si sperdeva per sempre, introvabile, nello spazio sterminato dei reclusori, refettori, eccetra, si vedeva lunghe file, che venivano internati, allo scopo sanitario, che lo fossero o meno incurabili, mai saputone più nulla, i parenti relativi, chi si fosse mai provato, a volerli ricercare, mai successo che riuscirono, ma smarritsi a sua volta, negli ambienti senza fine, senza fosse più trovati, come tanti che finivano, a Montedomini, uguale, e il suo babbo, ripetevano, se non fosse a Ponte a Niccheri, lo sarebbe stato uguale. o anche peggio, a Careggi, diodiavolo, se non fosse tra mani del dottor Amalfitano lo sarebbe tra quelle di qualcun altro, poco importa di nome, o che fosse il dottor Turci, il Bencini,il Catanzano, il Marconi, il Capaccioli, il Galastri, il Tani, il Valdoni, il Tassi, il Barsanti, il Castri,, il Meconi, il Boetani, era uguale, di chiunque, lo dicevano, che lo fosse capitato tra le sue mani, egualmente lo sarebbe stato finito non soltanto nel modo che lo finirono, ma magari anche peggio, come in fondo, si sentivano, solo nomi eventuali, cambia i nomi dei dottori, dei mali, delle cure, eccetra, e è lo stesso tutto eguale, si sentiva, sbraitavano, solo nomi artificiali, era quello che appariva, delle morti procurate, come tutto provenuto, per ragioni incidentali, questo stesse parole precise.


GIOVANNI SCATTONE E LO STATO DI DIRITTO (SE LO FOSSE POSSIBILE, PENSABILE ECCETRA

La rinuncia di Scattone all’incarico legittimamente ottenuto conferma che nel circo mediatico-giudiziario italiano esistono una pena ufficiale e una ufficiosa. Stavolta non c’entrano i giudici, c’entriamo noi. Penne e lingue che solleticano gli istinti delle fiere. Unica eccezione rimarchevole il ministro Stefania Giannini che a Panorama dichiara: “Manderei mia figlia a scuola da Scattone”. Sono passati vent’anni dal fatto, una sentenza definitiva per omicidio colposo (lo stesso reato ascritto a Grillo, per intenderci) è stata eseguita nella sua interezza. A norma di legge non prevedeva l’interdizione. Eppure al condannato si nega il diritto di riannodare i fili della propria, sfilacciata, esistenza.


PENSIERI DI ANIMALI

Babbo vivo un morto in casa, come eguale averci avuto, dopo morto l’ammettessero, che alla fine respiravano, mai nessuna di famiglie, disgraziati uguale a loro, tutto quanto il suo delirio, vi ci aveva riversato, la catastrofe totale, che su tutto sovrastava, dove tutto si perdeva, cominciando dal principio, il principio della fine, senza verso di scamparci, eccetra, non ce n’è chi ce ne scampi, lo diceva, l’omo cieco, l’era come non vederci, delle cose già fallite, molto meglio, si sentiva, che, diceva, stare ciechi, che vedenti non vedere, non-vedenti, riecheggiava, e non-sententi, e non-parlanti, e non-pensanti, e non-viventi.
Altri invece che dicevano era tutte cose vere, anche fosse, si sentiva, solamente appercezioni, esisteva che esistesseroo, senza altro discettare, fosse uguale che non fossero, vivessero, eccetra, allora che morissero, se per loro fosse uguale, e quest’altri seguitavano, o morissero o vivessero, identico, che davvero se lo era, non si avessero a lagnare, o piuttosto ritenevano, tutti fossero più grulli, che credessero alle cose, a cui loro non credevano, cosa cazzo ne sapevano, icché gli altri immaginavano, o altro, o credevano di stare, nel cervello alle persone, come tanti pretendevano, di sapere gli animali, i pensieri che pensavano, quando invece lo ignoravano, delle genti anche vicini, genti anche vicini da anni e anni, che nemmeno immaginavano, i pensieri che ci avevano, e volevano sapere, sentimenti di animali, che nessuno lo sapeva, cosa cazzo che provavano, strani casi si vedeva, queste bestie stralunate, via sparite e poi trovate giù dai burroni, che ci fossero cascate o buttate, e perché, l’enno bestie snaturate, si sentiva che dicevano, strani casi di animali, ritrovati senza vita, mentre loro disquisivano il nulla eterno, fosse inutile il creato, senza di senso, eccetra, cosa cazzo si credessero di poterlo disquisire, che quegl’altri non potevano, mica tutti lo dicevano, dei pensieri che ci avevano, anche fosse se pativano, non patisce, si sentiva, gli animali, per fatti psichici, solo cose più immediate, di natura sensoriale, senza uso di memoria, ci hanno solo, la memoria, delle ore di mangiare, posti, eccetra, appercezioni, no ricordi intellettivi, ma però non lo dicevano, come loro lo sapevano, cosa cazzo continuavano, con le loro inquisizioni, si sentiva gli bociavano, gli inservienti sanitari, mentre intanto transitavano, per le strade tenebrose, senza avessero una meta, si vedeva, procedevano, il rumore, si perdeva, del furgone in dotazione, nel buio, senza nessuno.


IL GEOMETRA GRIFONI

Dalla porta dell’armadio, che gli avessero apparito, le sue prime apparizioni, stando a letto scaturivano, posizione da sdraiato, dopo il suo licenziamento, con il minimo in pensione, segregato chiuso in camera, con quest’esseri segreti, dei rumori mai sentiti, si sentiva, provenivano, protestato gli inquilini, col geometra Grifoni, se i versi di un demente, avessero a subire, ci fosse nelle regole, contenuto un caso simile, emesso alla Questura, mandato coercitivo, Manicomio a Montelupo, dentro i termini di legge, gli aguzzini già spediti, dal prefetto Calcaterra, solo il tempo di minuti, ma lui invece già svanito, il momento che venivano, che calava già le tenebre, con il cazzo l’ acchiappavano.


LA CLASSICITA’ DEL CASO

Egregio Avvocato
faccio seguito agli intercorsi telefonici e al recente incontro presso il suo Studio per comunicare che le richieste avanzate dai suoi rappresentati appaiono non accoglibili e non fondate.
Penso che ormai sia materia per il giudice; abbiamo provveduto alla registrazione dei contratti.
Grazie per la collaborazione e, con l’occasione, invio distinti saluti…


RICOMINCIARE

E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.


ORAZI E CURIAZI (COSIDDETTI)

Gati, gati, pz…pz…pz…Gatiii!!!
No ghe xè nianca un gato, nianca un gatto pagarlo, dio-can, oro…
Gati, gatiii!!!
Prima pien tutto de gati ghe gera, gati partuto, mica belo, no, no digo fuse belo, nianca brutto, ne bello ne brutto, per quanto, come xe qualsiai cosa, ne bela ne brutta, orenda casomai, teribile, bella no certo, nula belo tutto casomai il mondo non solo brutto, in se stesso, de suo, e finito, ma anca, i dise, se sente, orendo teribile spaventoso angosciante, questa merda de parole che se sente partuto, prima gati partuto, ora parole partuto, se ghe xe delle persone, che ghe xe queste parole, angosciante, tremendo, insensato, xe per questo che no vedo piu nessuna de persone, persone uguale parole uguale parole senza che le voga dire niente queste parole, parole insulse, parole uguali altre parole, successioni di parole, che non vole dire niente, no le vole dire niente e le esaspera la mente, ghe xe, la mente, ammettendo possibile che gavemo una mente, un pensiero eccetra, tutte cose no pacifiche, tutte cose da doversi dimostare, se uno, i dixe avesse voglia, tempo, eccetra, ghe sarebe da impiegarlo questo tempo a spiegare tante cose che non sono mai spiegate, lo si crede sia spiegabili, e xe altro che opinioni, opinioni che ghe fusse, prese come spiegazioni, non esiste che opinioni e nient’altro, no fati, per niente, a parte che gavaressimo tutto il tempo possibile da impiagarlo avendo voglia, solo, forse, magari, l’orto che ghe fuse, comunque ancora questa stolta dannazione dell’orto dei pomodori i cocomeri, se lo esiste qualche orto, o altre cose più terribili, ma comunque, ghe gera, i dise , una volta, il passato, questi gati in un numero anormale, miga fuse, dixe, normale, dixe, che ghe fuse questi gati partuto a tutte le ore, de giorno gati, de note gati…
Ora più un gato pagarlo oro, a parte no ghe xe più nianca oro, prima oro partuto, compra oro, i diseva, acquistate oro, il bene sovrano , i diseva, il valore assoluto, si lavora e si fatica…
e alla fine si traduce tutto in valore aureo, tutto aureo xe il valore, se se andesse a esaminarlo,
tutto il resto spazzatura, merda, solo oro e niente altro, ora finito, oro sparito, gati spariti, più un gato, scapai via tuti, solo topi , qualcuno, nianca topi, se vede, che i gira, solo uno due, forse, in cantina, in soffitta, nell’orto, se uno andasse a esaminarli, io nell’orto mai andato, odio orti terreni, più che i vedo orti tenuti bene, cosiddetti orti modello organici, sono preso dall’odio, dalla rabbia, il lavoro nell’orto, ogni tipo di lavoro, ma il lavoro nell’orto il massimo grado, no soltanto le persone odio, diocan, ma i discorsi in quanto tali, le parole che si dice si sente, eccetra, o che fusse ne l’orto o meno, il lavoro, le persone, che i dixe, xe la cosa più importante nella vita, senza esitere il lavoro, i dixe, no esiste de fato, in pratica nulla, xe attraverso la fatica che si giunge ai risultati, xe impegnandosi davvero il convivere sociale, qui gente, a ogni modo, nessuno, parole finito, silenzio, intorno, assoluto, gati, nulla, persone nulla, solo in testa che lo sento i dicorsi che i diseva, che ho sempre odiato, che ho sempre disprezzato profondamente, che rido, di dirlo pensarlo, profondamente, pensare profondamente, che odio, topi, nulla, bestie zero, prima topi, bestie, negli orti, omeni, omeni vestiti da lavoro nell’orto, no contadini, no gente di bassa lega, cosiddetti, ma persone, cosiddette, elevate, di una certa, cosiddetta, cultura, che io sempre disprezzato, odiato e anca pezo, io no solo sempre odiato le persone più elevate, le cosiddette classi sociali alto-borghesi, impiegati, operatori, cosiddettti, economici, che me vergogno anca dirla, pensarla, una roba del genere, e invece la penso, perché il fatto che la penso vole dire che la penso, non la posso non pensare una cosa nel pensiero, professori, intellettuali, eccetra, ma anche genti cosiddette de meza taca, la retorica de meza taca, a proposito la gente semplici, più vere, più vive, diocan, del volgo, plebei, i patrizi e i plebei, gli Orazi i Curiazi, Roma Romae….


LA CITTA’ ETERNA

Là, da più lune, la sua pratica risognata attendeva, attendeva. Come delle pere, delle nespole, anche il maturare d’una pratica s’insignisce di quella capacità di perfettibile macerazione che la capitale dell’ex-regno conferisce alla carta, si commisura ad un tempo non revolutorio, ma interno alla carta e ai relativi bolli, d’incubazione e d’ammollimento romano. S’addobbano, di muta polvere, tutte le filze e gli schedari degli archivi: di ragnateli grevi tutti gli scatoloni del tempo : del tempo incubante. Roma doma. Roma cova. In sul pagliaio de’ decreti sua. Un giorno viene, alfine, che l’ovo della sospirata promulga le erompe alfine dal viscere, dal collettore di scarico del labirinto decretale: e il relativo rescritto, quello che abilita il macilento petente a frullar quel cocco, vita natural durante a frullarlo, vien fulgurato a destino. In più d’un caso ci arriva insieme l’Olio Santo. Abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, a esercitar quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio: e che d’allora in poi, de jure decreto, si studierà esercitare un po’ per volta all’inferno con tutto l’agio partecipategli dall’eternità.


DIACCIODIAVOLO

Lavoro in una società elettrica milanese d’un lavoro totalmente diverso e lontano dalla mia naturale curiosità. Il mio gran male è stato sempre e sarà sempre uno: quello di desiderare e sognare, invece di volere e fare. Se non avessi addosso la sifilide della laurea, potrei cavarmela forse meglio.


BEREBEREBEX KOAKS KOAKS!!!

…questa sua ritrattazione, scritta, continua, negazione generale, intrinseca, come tutto in definitiva, ripete, posseduto in questo tutto privo di senso, che scrive, che dice, ivi incluso, nel suo interno, quale sia definizione, scrive, ottusa, in quanto definizione, in se stesso, ripetuto più volte, messo tutto in ridicolo, ogni sia procedimento, fatalmente, dice, sempre scontato, prevedibile, cominciando le parole, le frasi, come tutto inadeguato, che odia, questo fatto che lo dice, inadeguato, inagibile, eccetra, per il tramite parole, parlare da idioti, in quanto parlare, pensare, e via discorrendo, dire idiota compreso, qualificare da idiota, eccetra, come, dice, lo stesso, egualmente, è forzato a procedere, ogni cosa che lui esegue, scrive, in pratica, preordinato, concepito dal già dentro ai discorsi fattibili, dal non-senso, intrinseco, universale (che lui odia, dirlo, pensarlo, eccetra) (che lui odia, ogni cosa) ma lo stesso ineludibile, digià avanti presupposto, rifacendosi all’origine, la fatica, la noia, di ogni sia constatazione, ottusa, ulteriore, forzatura, obbligazione, scrive, a sentire, esprimere, eccetra, nei quaderni degli appunti, da lui stesso definiti, un ammasso cartaceo inutile, nel cassetto dell’armadio, questo, dice, armadio, scrive, dell’ottocento, questa stessa definizione ridicola, parole risibili, ottocento, novecento, eccetra, la vergogna dello scriverlo, pensarlo, scrive, ottocento, si sente, dice, ripete, persone, primo, secondo, terzo ottocento, ripetono, tutte genti che odia, persone, in pratica, scrive, parlanti a voto, come siano eventualmente ogni tipo di persone conoscibili, immaginabili, eccetra, tra le quali, ivi incluso, lui stesso, tra i primi (che lo odia, che lo dice, lo scrive, lo pensa, qualunque cosa) tutto, dopo, alla fine egualmente riducibile a parole risibili, adoprate lui stesso, opinioni su tavoli, seggiole, quadri, cosidetti, d’autore, che le genti, dice, ci hanno la pretesa di intendere, produzioni di artisti, questo ammasso, dice, in fondo, scrive, solo, di carabattole, cianfrusaglie da buttare, spacciati per arte, letti spacciati per letti dell’ottocento, del settecento, sempre scrive tutto a un altro livello, la pretesa mai finita di un livello più alto, mai, scrive, piú basso, mai, dice, il livello della materia, l’illusione, se esistesse, la materia, inconoscibile, eccetra, questa farsa, scrive, continua, di frasi inutili, questo mondo, lui compreso, di emissioni di suoni eguali, generici se lo avesse questo mondo una particolarità sua (che lui odia profferirlo, pensarlo, una cosa del genere) lo sarebbe questo tutto di parlanti di suoni eguali, uniformi ( ivi incluso se stesso, che odia) e nient’altro…


POSIZIONI

Che c’era, dice, si sentiva, dicevano, queste genti ci vivevano, queste zone collinari di una bellezza infinita, senza un eguale, ci si hanno, ripetevano, ci si avette la fortuna di averci dei dintorni collinari di uno splendore unico, dei dintorni, ripetevano, di zone collinari uniche al mondo, e nessuno vi provvede, l’è il Comune, protestavano, a dovervi provvedere, queste zone collinari, nell’interesse di tutti, se, dice, bociavano, la nostra città l’è famosa in tutto il mondo per la grande bellezza, l’è in gran parte dovuto alle zone collinari che lo sono lasciate a se stesse, le si paga noi le tasse, mentivano, per potervi provvedere, e il Comune non si vede, si dovessino, dice, pagare, urlavano, tutti le tasse, anche la città sotto, per potere mantenere un patrimonio di bellezza a questa maniera,l’è interesse collettivo che le vangano pagate, e quegl’altri che vivevano nelle suburre, via Talenti, viale Malta, viale Boito, via Nanchino, viale Gramsci, via Togliatti, viale Nennni, via Torino, e si vedeva queste strade sotto il sole rovente, senza mai fine, senza un albero, senza un’ ombra, senza un’ erba, senza un gocciolo d’acqua, solo il sudicio, dicevano, e il rumore degli autobus, e il puzzo, verso Scandicci e anche poi, via Matera, via Siviglia, via Sardegna, via di Ugnano, via Kaboto, via Pistoia, viale Puglia, via Milano, e pensavano, dicevano, costruire un muro alto sei metri,che nessuno avesse a credere di venire a riscotere, diodiavolo, le tasse a casa di loro che vivevano nella merda, e si vedeva queste acque sudice del Vingone, della Greve, dell’Arnaccio, della Pescaia, delle ax cave di ghiaia, ora morte, di Badia a Settimo, e le rane gracidare il giorno e la notte da questi paduli, che le avessino a pagare i signori cittadini, no noi, diolupo, bociavano, noi si vive nella merda, tasse zero, diodiavolo, si sentiva berciavano, da didentro i casermoni in ferro cemento,senza finestre.


BLATERAZIONI

In attesa della morte, il momento che veniva, si procede, ripetevano, lungo il tempo dell’attesa, e è tutto vano, si fa quello che uno pole, si sentivano ripetere, chi credesse l’incontrario, non riescisse a ragionare, e riescirgli ragionare era come ragionavano, non riesciste, si sentiva, che soltanto blaterare, come tutti blateravano, lungo il tempo da passare.