Archivi del mese: luglio 2014

TOZZI (“bestie”)

“La mia anima è cresciuta nella silenziosa ombra di Siena, in disparte, senza amicizie, ingannata tutte le volte che ha chiesto d’esser conosciuta.
E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. Per lo più andavo fino alla Piazza dei Servi, tutta pendente dalla scalinata della chiesa, con due abeti in mezzo a due piccoli prati, divisi tra loro dalla imboccatura della strada. Accanto alla Chiesa, un convento, quasi di faccia, un angolo: di là dal muro, Siena con tutta la sua torre. Allora pensavo alla mia fidanzata.
Siccome mi riesciva di vivere, così, separato da tutti, ogni volta che qualcuno mi guardava con quella sua curiosità acuta che m’offendeva, io doventavo più triste; e facevo la strada più corta possibile, non passavo mai per Via Cavour, che è quella principale; ma, dal Vicolo della Torre, rasente il Palazzo Tolomei, le cui pietre sono ormai nere, attraversavo e scendevo per il Vicolo del Moro: in fondo, a sinistra, c’era la mia casa.
Basta ch’io mi ricordi di quelle mie tristezze perché mi sembri cattivo anche il cielo di Siena. Specialmente la sera soffrivo troppo, e non accendevo il lume per non vedere le mie mani: la tristezza stava sopra la mia anima come una pietra sepolcrale, sempre più greve; e mi sentivo schiacciato sulla sedia. E avrei voluto morire.
La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere – la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzione – andavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata.
O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro!
O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira!
Quando andavo a lavarmi le mani e il viso in cucina, sotto la cannella, quasi sempre una lumaca aveva scombiccherato, con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta.”


sgretolazione

Tutti i passaggi da un ordine superiore a uno inferiore sono marcati da rovine e mistero e da un residuo di furia senza nome. Sì. Ecco i padri morti. Il loro spirito è sepolto nella pietra. Preme su questa terra con lo stesso peso e la stessa ubiquità. Perché chiunque si faccia un riparo di canne e vi si nasconda unisce il proprio spirito al destino comune di tutte le creature e tornerà a sprofondare nel fango primordiale senza neppure un grido. Ma chi costruisce con la pietra aspira ad alterare la struttura dell’universo e così è stato per tutti i muratori, per quanto primitive possano apparirci le loro opere.


la città

Se ci fosse ancora qualcuno illuso esistesse l’arte, la letteratura, la filosofia, la storia, la scienza eccetra,
la città sarebbe la città che gli dimostrerebbe che queste cose non lo sono esistenti. La città esibisce solo opere (cosiddette)di altri tempi, architettura di altri secoli, quadri, statue, chiese, cappelle, torri, e quant’altro di questo genere. Le colline cosiddette pittoresche e ridenti che sovrastano la città non sono la città. La città è grigia, buia, sudicia, triste, malata, umida, fetida. Il fiume che attraversa la città, quando c’è un po’ d’acqua, è lurido, marcio, pieno di topi di nutrie, di pesci morti, di serpenti, di talpe, di corvi, di gabbiani schiamazzanti che vengono arrivando dal mare.Le strade della città sono tra le strade più brutte che lo possano esistere (ammesso che lo esistano strade belle) via Frusa, via Scialoia, via Palazzolo,via Petrella, via Galliano, via degli Alfani, Via 27 Aprile,
via Nazionale,Via Guelfa, via della Scala, viale (cosiddetto)Nenni, via Togliatti, via Caboto, via Maragliano, via de’Pepi, via Baracca, e via e via in mezzo ai muri in mezzo al polverone nel vento o freddo freddo o caldo caldo o alla caligine dell’inverno e dell’estate e di tutti gli altri giorni, compresi. La gente della città va in ufficio, va in caserma, va in banca, va a bottega, va a lavorare nei ristoranti, nei bar. La sera ritornano nelle case grige traversando le stade grige sudice polverose merdose. Le mogli e i mariti e i figlioli (quando c’enno) vivono nelle cucine nei salotti nelle camere o camerine, i mobili sono i mobili più brutti che si siano mai visti. Fuori e dentro le case nessuno parla nessuno ride, nessuno piange, nessuno pensa, nessuno nulla. La mogli dei mariti aspettano che i mariti si buttino a letto e che dormano per andare a anche loro a dormire subito. Se uno escisse dalla città dovrebbe prima attraversare queste vie brutte grige polverose merdose piene di sudicio e si troverebbe in altre vie eguali, in altri posti grigi quasi spopolati di gente vivente,di animali, di piante, Scandicci, Signa, Sesto, Prato, Montaione, Grassina, Antella, Castelfiorentino, Gambassi, Pontedera, Altopascio,e via e via per le piane paludose dell’Arnaccio fino arrivare a Pisa, passando dall’aeroporto, dalle fabbriche di bottiglie di vetro, di mattoni, di tubi, di benzene, di nafta, di veleno, di lisciva, di sterco.


alla fine di nulla

“…si presume, si sentiva, delle cose mai fattibili, irrealtà che provenivano in quanto alla vita, al destino, eccetra, riguardo a noi omini, come cose possibili, questa, viene, dice, si sentiva, continua, storpiatura delle cose degli omini nella lingua degli omini stessi, vita, morte, e di seguito, eccetra, e altre intrusioni, questo esseri, omini, dice, cosiddetti, senza di senso, che parlavano per dare senso, pretendenti dare senso a ogni cosa, anche, quando, dice, fosse, egualmente, perduto, nessun senso di nulla, assoluto, relativo a ogni genere, avveniva travisavano, deformavano, eccetra, per natura precipua, di loro, questa, dice, si assisteva, a questa assidua continua storpiatura terrestre totale assoluta, eccetra, perpetua, tutto questo suo fratello, la gran parte degli scritti del suo fratello, riguardanti, dice, una parte, i colloqui all’ospedale, le altre parti, dice, ripete, torna a ripetere, a proposito il periodo della sua scomparizione, nella terra, definita, dei ghiacci, dei venti, e altre parti concerneti lui stesso, in prima, cosiddetta persona, riguardanti la sua vita, la insipienza generale della sua vita, il suo stato di uomo ridicolo, la schifezza del suo corpo, eccetra, cosa, dice, scrive, ripetuto più volte, sempre udito dagli altri, detto in faccia dagli altri, irrisione, dispregio, nei confronti di lui, se lo fosse deducile un concetto generale, dice, dagli scritti di suo fratello, non contando i capitoli sul paese dei venti, lo sarebbe la vergogna relativa al suo corpo grottesco, deforme, uno, due la irrisione dalla parte degli altri di questa deformità, tre, trapassata al suo spirito, et exergo, dice, quattro, l’esclusione in assoluto, nei suoi confronti, dalla vita degli altri anche fosse, dice, scrive, risultasse, poniamo, mai voluto aderire in pratica non solo alla vita degli altri, ma a nulla, come norma orientativa, era lui se n’era escluso idealmente da subito, in pratica, esiliato se medesimo, scrive, a ragione o a torto, dalla vita in comune, prima cosa come causa il suo corpo e secondo il suo spirito, aldidentro, rattrappito, senza avesse valore (volere), come invece si sentiva le genti, dicevano, che codesto valesse di questa cosa codest’altro quest’altra, se poi fosse che esistessero, i valori dichiarati, un conto, dice, l’era dichiarare questi valori, in se stessi, di suo, altro conto esistessero, si dichiara dei valori, quando invece di quei valori nessuna traccia, impossibile trovarle anche tracce di valori ideali esistenti, per un fatto di pura logica, quale fosse quale logica, dice, lo si avrebbe riscontrato lungo il corso dei suoi scritti residui, quando, dopo, infine, da ultimo, dalla terra delle tenebre, mare, diceva, oscuro, cielo buio, eccetra, o altre frasi tutte uguali, di questa specie, quando tutto sostenevano, in pratica, come il suo caso, provenuto dalla parte del suo carattere, dalla estrema debolezza, eccetra, del suo pensiero, e mancanze di questo genere, tutto quanto generatosi cominciando da bambino, dice, da appena nato, fino, dice, agli anni, a presa di culo, della maturità, della piena maturità, mentre tutto procedeva tra continui cambiamenti di case, sgomberi, traslochi, eccetra, che effettuarono la sua famiglia, specialmente dal momento che non fu mai più impiegato, il suo babbo, all’Istituto Geografico, con alloggio relativo, di legge, quando tutta la vita, in pratica, era stato impiegato a cotesto istituto, coi vantaggi, non solo in pratica di questo lavoro retribuito in un modo considerato di livello cospicuo, nei riguardi alla media, ma anche per dire, la pensione, in aggiunta, di mutilato, che ci aveva dalla nascita, come orfano statale, di guerra, e la loro mamma vedova, militare, equiparata, di legge.”

[Ferruccio Morganti, Alla fine di nulla, Edizioni Ospedaliere, Careggi 2009


altro che discorsi!

E per lei l’ora di andare, nel posto fosse quello l’unico posto che si fosse da un’altra parte, si sapesse come andarci, come lei sempre diceva, che lo sapesse, senza mai fosse tenuta in nessuna estimazione, altro che da qualcheduni, che non ne erano tenuti, stessa cosa uguale a lei, fosse come che ci avessero mancamenti nella sua mente, si vedesse dalla faccia, ci hanno, dice, lo dicevano, una faccia fa spavento, come il marchio distintivo dell’imbecille, il viso, gli occhi, eccetra, c’era un mondo, lei diceva, rimanesse innarrivato, da nessuno conosciuto, le persone conosciute, dove il modo di arrivarci lei l’avesse già trovato, tutti gnudi chi ci abita, no coperti uguale a noi, stanno gnudi, lei diceva, solo a buio che scompaiono, quende a buio il freddo viene, viene il freddo, tutto brina, bianco come fa la neve, caldo il giorno, sotto il sole, non si pole immaginare, e vento soffia, asciutto, nel grande cielo, e ondeggia, e fruscia, l’estensione dei canneti, lontano, sopra
l’acque risplendenti dei fiumi, macerie di paesi, sui
poggi aridi, senza nomi di che paesi, omi, fosse, qualcheduni, con la coda messa dietro, di cani, e anche
più similitudini, come bestie, la persona, o lupi, o tassi, o volpi, o cignali, e altri, di più spropositati, di complessione, rispetto ai paragoni visibili, di grandezza e facitura, come essere, pol’essere, anche orchi, che siino, e stanno, appare, dice, sui monti, lontano, si vede, appena, la stragrande maggioranza, con o senza della coda, come segno peculiare, ce n’è tanti gli animali, sono privi delle code, si ritiene obbligatorie, e questi, si vede, di più giuste, mettiamo, proporzioni, secondo si crede noi, abitare le macerie di antichi posti, la maggioranza, non si sa che posti erano, delle genti vi abitavano, eccetra, tempi passati, queste cose, lei diceva, che diceva di sapere, a cotesti l’ascoltavano, dove stavano intanati, non finendo mai di piovere, e siccome da mangiare cominciava a scarseggiare, non essendo di procacciarselo, si decisero a questo passo che se n’erano convinti di aspettare da tanto tempo, trapassare a quella parte che diceva di sapere la donna che lo diceva, con il dubbio, dubitassero, che si fossero decisi per il caso contingente che diluviava, anni e anni di discorsi, senza decidere, e ora questa estrema esagerazione, dovuta al piovere, fosse giusto, dubitavano, derivato da fatti, mettiamo, estremi, che li forzarono, pioggia infinita, cielo buio, eccetra, non potesse nemmeno chiamarsi una decisione, spinta da tali cose, di fori, no maturata, polesse esistere, restando, a ogni modo, restava, come somma finale, egualmente sempre zero, di tutto, e così alla fine seguitala, la zoppa che lo diceva, andessino, disse, dietro di lei, indove che li portasse, e loro ci andettero, il cammino che sapeva, o credeva di sapere.

[Agostino Sbaragli, Manoscritto Chiantigiano, 212-213]


gli eterni ritorni

“Aureliano, coadiutore di Aquileia, apprese che alle rive del Danubio la nuova setta dei monotoni (chiamati anche anulari) affermava che la storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e che sarà nuovamente. Sulle montagne, la Ruota e il Serpente avevano sostituito la Croce. Tutti temevano, ma li confortava la voce che Giovanni di Pannonia, che s’era distinto con un trattato sul settimo attributo di Dio, avrebbe impugnato una così abominevole eresia.
Aureliano deplorò le nuove, soprattutto l’ultima. Sapeva che, in materia teologica, non c’è novità senza rischio; poi rifletté che la tesi di un tempo circolare era troppo dissimile, troppo stupefacente, perché il rischio fosse grave. (Le eresie che dobbiamo temere sono quelle che possono confondersi con l’ortodossia.) Maggiormente gli dolse l’intervento – l’intrusione – di Giovanni di Pannonia. Due anni prima, questi aveva usurpato col suo verboso De septima affectione Dei sive de aeternitate un argomento riservato ad Aureliano; ora, come se il problema del tempo gli appartenesse, si apprestava a correggere, forse con argomenti di Procusto, con rimedi più temibili del Serpente, gli anulari… Quella notte, Aureliano sfogliò le pagine dell’antico dialogo di Plutarco sulla fine degli oracoli; al paragrafo ventinove, lesse una beffa contro gli stoici che sostengono un infinito ciclo di mondi, con infiniti soli, lune, Apolli, Diane, e Poseidoni. La scoperta gli parve un pronostico favorevole; risolse di precedere Giovanni di Pannonia e di confutare gli eretici della Ruota.
C’è chi cerca l’amore di una donna per dimenticarsi di lei, per non pensare più a lei; Aureliano, allo stesso modo, voleva superare Giovanni di Pannonia per guarire dal rancore che questi gl’infondeva, non per nuocergli. Preso dal lavoro, dalla costruzione di sillogismi e dall’invenzione d’ingiurie, dai nego, dagli autem e i nequaquam, dimenticò il rancore. Eresse vasti e quasi inestricabili periodi, folti d’incisi, dove la negligenza e l’errore parevano forme del disdegno. Della cacofonia si fece uno strumento. Previde che Giovanni avrebbe fulminato gli anulari con gravità profetica; optò, per non coincidere con lui, per lo scherno. Agostino aveva scritto che Gesù è la via retta che ci salva dal labirinto circolare nel quale vagano gli empi; Aureliano, laboriosamente comune, li paragonò a Issione, al fegato di Prometeo, a Sisifo, a quel re di Tebe che vide due soli, alla balbuzie, a pappagalli, ad echi, a mule di noria e a sillogismi bicornuti. (Le favole dei gentili duravano ancora, ridotte a ornamento.) Come tutti coloro che possiedono una biblioteca, Aureliano si sapeva colpevole di non conoscerla completamente; quella controversia gli permise di compiere un atto riparatore verso molti libri che parevano rimproverargli la sua negligenza. Così poté incastonare un passo dell’opera De principiis di Origene, dove si nega che Giuda Iscariota tornerà a vendere il Signore, e Paolo ad asistere in Gerusalemme al martirio di Stefano; e un altro degli Accademica priora di Cicerone, nel quale questi si burla di coloro che sognano che, mentre egli conversa con Lucullo, altri Luculli e altri Ciceroni, in numero infinito, dicono esattamente le stesse cose, in infiniti mondi uguali. Infine si valse contro i monotoni del testo di Plutarco, denunciando come uno scandalo il fatto che sapesse servirsi meglio un idolatra del lumen naturae, che essi della parola di Dio. Nove giorni gli prese quel lavoro; il decimo, gli fu consegnata una copia della confutazione di Giovanni di Pannonia.

[Borges]


suscitazioni

“Il punto è che per poter governare e ottenere risultati è necessario il consenso e questo, a sua volta, per poter essere profondo e strutturato, richiede che la Nazione ritrovi dentro se stessa elementi di solidarietà, di condivisione, di fiducia in un comune destino. È in altre parole necessario che dopo la disgregazione di quelli vecchi, si creino nuovi “legami” sociali, etici, culturali, perfino religiosi. È questo, a mio giudizio, il problema centrale del nostro Paese ed è qui che si fondano le possibilità di successo dell’attuale presidente del Consiglio. Se non si genera questo nuovo vincolo culturale e politico, l’Italia non uscirà dalla crisi in cui si dibatte da decenni. Si creano solo illusioni, con il rischio di gravi contraccolpi su tutti i piani, anche su quello della tenuta democratica della Nazione. Siamo a un passaggio delicatissimo per l’attuale governo – e per la Nazione – anche se non tutti se ne rendono ancora conto.”

[Michele Ciliberto, L’unità]


caso

Un uomo tirava a sorte tutte le sue decisioni. Non gli capitò maggior male che a quelli che riflettono.


assolto berlusconi

1 il primo giudizio non era giusto
2 il secondo è giusto
3 il primo era giusto
4 il secondo non è giusto


sì, lo so, tutti la conoscete, ma…

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l’emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell’Egitto,
a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

ITACA – KONSTANTINOS KAVAFIS


la storia

“E anche se voi foste in grado di interpretare la storia e di esaminarne tutte le fonti,che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre più cercare la conferma:la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile.Gli uomini sono sempre stati preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sè e agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza, loro offerta da questa bellezza.Soltanto per pochi la vita è stata comoda e piacevole. I più, dopo aver sperimentato il gioco della vita per un certo tempo, hanno preferito andarsene piuttosto che cominciare di nuovo. Ciò che offriva ed offre loro ancora un attaccamento alla vita, era ed è la paura della morte.Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?”


tre cose (anzi, quattro)

1 far pagare le tasse a chi deve pagare le tasse.
2 assegno di disoccupazione (articolo 3 della Costituzione)1000 euro.
3 stipendi dei dipendenti pubblici non superiori a 5000
euro (in nessun caso)(pensioni, pubbliche,non superiori ai 3000 euro.
4 abolizione totale del Senato della Repubblica (cosiddetto).


cervelli in fermento

“Il problema del rapporto tra partito e governo è decisivo – insisto – proprio se Renzi vuole dare forza ed energia alla sua azione riformatrice e allargare, oltre il consenso intorno al suo lavoro, il campo delle idee e delle energie che possono renderlo possibile. Anche in questo campo, dopo la distruzione berlusconiana bisogna cominciare a ricostruire.”

[M.Ciliberto, L’Unità]


vita

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni.
Poi comincia er tormento de la scola,
l’abbeccé, le frustate, li ggeloni,
la rosalia, la cacca a la ssediola,
e un po’ de scarlattina e vvormijjoni.
Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica,
er zol d’istate, la neve d’inverno…
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
viè la Morte, e ffinisce co l’inferno

[Belli, La vita de l’omo]


zzero!

…poi, a un certo punto, verranno, se non sono già venute, le dichiarazioni dei politici, dei professori, degli intellettuali, dei papi, dei “semplici cittadini” (sic!), eccetra, contro la guerra, ognuno parlerà, illustrerà il suo pensiero (cosiddetto) farà il suo appello alla concordia, alla pace e di seguito. Da Roma, da Milano,da Napoli, da Firenze, da Bari, da Treviso, da Sassari, da Ladispoli, Montecassino, Marradi, Pontedera, Livorno, Genova, Terni, Frascati, Bologna, Ferrara, Gabicce, Pontremoli…


la notte

Ad ogni poco giura di cominciare una vita migliore.
Ma quando viene, coi consigli suoi, la notte,
e coi suoi compromessi e le lusinghe,
ma quando viene, con la sua forza, la notte
(il corpo anela e cerca), a quell’eguale
fatale gioia, ancora perso, va.


esser-ci!

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!


albert camus

Caligola: Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti. […] È vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.
Elicone: È un ragionamento che sta in piedi. Ma, in generale, non lo si può sostenere fino in fondo, non lo sai?
Caligola: È perché non lo si sostiene mai fino in fondo che non lo si sostiene fino in fondo. E non si ottiene nulla. Ma basta forse restare logici fino alla fine.

[Caligola, atto I, scena IV]


GRECIA!!! (2)


leonardo sciascia

“E infine i quaquaraquà…” (ai quali nessuno, ovviamente,
riconoscerebbe di appartenere)


Jack London

“Non era della loro tribù, non poteva parlare il loro gergo, non poteva far finta di essere come loro. La maschera sarebbe stata scoperta e, per altro, le mascherate erano estranee alla sua natura. In lui non c’era posto per finzioni e artifici. Doveva essere se stesso, qualsiasi cosa accadesse.”

[Martin Eden]


la repubblica (quotidiano)

“Questa è la realtà dei fatti” (sic!)


giovanni gentile

La scuola dev’essere laica, perché di sua natura essa è laica. […] Un insegnamento laico nella scuola elementare è un assurdo: soltanto la scuola media, aperta alla filosofia, può aspirare a quella piú alta laicità. […] Dove il concetto non può entrare, perché suppone un’attitudine filosofica che non è del popolo e non è dei bambini, il mito è tutta la verità. Stia il popolo-bambino contento a un insegnamento esoterico. Lo spirito di verità verrà dopo, con gli anni, se potrà venire. […] L’istruzione morale della scuola elementare dovrebbe (o dovrà essere) schiettamente religiosa e, se o in quanto cattolica, affidata alla Chiesa. (discorso al Congresso nazionale della Fnism, Federazione nazionale insegnanti scuole medie, 1907,


proclamazioni

” …sarebbe sbagliato esprimere un giudizio pessimista sulla Nazione italiana settanta anni dopo la Liberazione e la rinascita della Nazione. Da mille segni, appare evidente che l’Italia è un Paese ferito, risentito, deluso, ma non vinto. È pronto a rialzarsi in piedi, a rimettersi in cammino, a far sentire la sua voce. Ma perché questi segni possano svolgersi, e consolidarsi, c’è bisogno di un nuovo «vincolo», che consenta a tutti – nativi e immigrati – di sentirsi parte di una comunità di un comune vivere civile, cittadini dello stesso Stato capace di contribuire a distruggere le forme più intollerabili di diseguaglianze. E, come avviene nei momenti più gravi, per questo è indispensabile una sinergia feconda tra forze della cultura, della politica, della religione, come fu negli anni della rinascita della Nazione dopo il fascismo. È venuto il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, uscendo dalla tenda in cui per troppo tempo si è rifugiato. Come avvenne settanta anni fa.”

[L’Unità]


scemo chi legge!

“Siamo forse alla vigilia della più mostruosa trasformazione della Terra intera, e del tempo dello spazio storico a cui essa è legata? Siamo alla vigilia di una notte che prelude a un nuovo mattino? Siamo in cammino verso il luogo storico di questo crepuscolo della Terra? Sta nascendo solo ora questo luogo della sera [Land des Abends]? Questo Occidente [Abend-Land] diverrà – al di sopra dell'”Occidente” [Occident] e dell'”Oriente” e attraverso ciò che è europeo – il luogo della storia futura più originariamente conforme al destino [geschickt]?”
[Heidegger, Il Detto di Anassimandro]

(proprio così, dice!)


charles peirce

“Nessun desiderio può generare la sua stessa soddisfazione, nessun giudizio si può giudicare vero da se stesso, nessun ragionamento può concludere da se stesso di essere fondato.”


GIORDANO BRUNO

Giordano Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l’infinità dell’universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze – «queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s’aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell’altro» – e il moto della Terra. A questo proposito spiega che «il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all’autorità della divina scrittura». All’obiezione dell’inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la «Terra stat in aeternum» e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole «nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro»; alla contestazione che la sua posizione contrasta con «l’autorità dei Santi Padri», risponde che quelli «sono meno de’ filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura».


la signora bortolotti

“La mattina dopo la signora Bartolotti si svegliò più presto del solito. Si strofinò gli occhi e guardò verso il lettino di Marius: era vuoto. Le venne un accidente. Saltò fuori dal letto – pensando per un attimo che Marius fosse stato solo un sogno – e si precipitò in soggiorno. Marius era seduto nell’angoletto dei giochi, lavato e pettinato, e stava giocando con le costruzioni. Metteva un dado sull’altro e intanto mormorava: «Queste sono le unità, queste le decine e queste le centinaia».
«Che stai facendo, Marius?»
«Faccio esercizio di aritmetica» rispose lui. «Se domani vado a scuola è bene che mi presenti preparato a dovere».
«A dovere» borbottò la signora Bartolotti ritornando in cucina, e quando fu sicura che Marius non poteva più sentirla sbottò: «’A dovere’ è un’espressione che non sopporto, è odiosa come ‘coi piedi per terra’, ‘a modo’, ‘di sana pianta’! Porca miseria!».
C’era tutta una serie di parole che la signora Bartolotti non poteva soffrire: oltre a ‘a dovere’, ‘coi piedi per terra’, ‘di sana pianta’, odiava ‘scopo’, ‘sensato’, ‘normale’, ‘istruttivo’, ‘per bene’, ‘decoro’, ‘morale’, ‘casalinga’, ‘consono’ e ‘appropriato’.”

[Christie Nöstlinger, Il bambino sottovuoto]


BECKETT

Vi dirò una cosa, quando le assistenti sociali vi offrono di che non svenire, per graziosa elargizione, cosa che per loro è un’ossessione, avete un bel tentare la fuga. Vi inseguiranno fino ai confini della terra, con l’emetico in mano. Quelli dell’esercito della salvezza non sono da meno. No, contro il gesto caritatevole non c’è difesa, che io sappia. Si china il capo, si tendono le mani tutte tremanti e giunte e si dice grazie, grazie signora, grazie mia buona signora. A chi non ha nulla è proibito non amare la merda.


dickens

Dombey aveva circa quarantotto anni. Il Figlio circa quarantotto minuti. Dombey era piuttosto calvo, piuttosto rosso, e pur essendo in tutto e per tutto un bell’uomo aveva un atteggiamento piuttosto rigido e sicuro di sé per riuscire attraente. Il Figlio era motlo calvo, e molto rosso, e pur essendo (com’è naturale) innegabilmente un bel neonato, appariva nel complesso ancora un po’ sgualcito e chiazzato. Sulla fronte di Dombey, come un albero destinato al momento giusto a essere abbattuto, il Tempo e l’ansia sua sorella – gemelli spietati che a lungo percorrono le foreste umane, segnando di tacche la loro strada – avevano impresso qualche solco, mentre il viso del Figlio era attraversato da migliaia di piccole rughe che quello stesso Tempo impostore si sarebbe divertito a lisciare col piatto della sua falce fino a farle scomparire, come per prepararsi la superficie su cui avrebbe poi agito molto più in profondità.