Archivi del mese: marzo 2013

ambiguità

Il fastidio per la presunzione dell’intelletto corrosivo e distruttore di ogni fede – accompagnato da uno scetticismo profondo e ironico.
La diffidenza nei confronti dell’idealismo generoso – accompagnata da un forte idealismo di fondo.
La fedeltà alla legge in quanto superiore all’individuo – accompagnata da un forte senso di fedeltà all’individuo, per cui il tradimento contro l’individuo è il crimine più profondamente sentito.
La dedizione all’ordine, nella società come nell’io – accompagnata da una profonda solidarietà verso il fuorilegge, sia nella società che nell’io.


parvenze

“Mentre gli altri filosofi pensano che le percezioni sensibili siano tali secondo natura, Leucippo e Democrito e anche Diogene di Apollonia, invece, dicono che quelle sono tali per convenzione, cioè dipendono dalle nostre opinioni e affezioni. Non c’è alcunché di vero e di comprensibile all’infuori dei primi elementi, vale a dire gli atomi e il vuoto. Soltanto questi, infatti, sono secondo natura, mentre le altre realtà differiscono a seconda della posizione, dell’ordine e della figura secondo cui tali elementi si dispongono accidentalmente.”

[Diels-Kranz”I Presocratici”]


cazzate cattoliche (darwin)

“Nei paesi di tradizione cattolica le leggi eugenetiche non esistevano perché i cattolici si opponevano alla teoria evoluzionistica”, scrive Patrik Ourednik in “Europeana. Breve storia del XX secolo” (Duepunti edizioni). Succede che ci vogliano i letterati per svolgere un compito dei preti e dei professori: mostrare il rapporto causa-effetto fra evoluzionismo ed eugenetica (e ciò che ne consegue: sterilizzazione, aborto…). Ci vuole un autore ceco la cui bibliografia fa venire in mente più Calvino (Italo) che Cristo. Naturalmente è uno scrittore che non legge nessuno ma che evidentemente ha letto la realtà: fede nella creazione e sacralità della vita umana insieme stanno e insieme cadono. Non si temano i politici che dicono “troia”, si temano i politici che pensano “Darwin”.”

[Camillo Langone
FOGLIO QUOTIDIANO]


più di tutti

“Non esiste nulla più miserabile che l’uomo
Tra tutti gli esseri che respirano e si muovono sulla terra”

[Iliade XVII, 446-7]


tempi moderni

Curre, peccrisse, curre, Gurgumella,
che ggià er Papa ha dda èsse in portantina.
Eh ssi nun spiggni ppiú, Ddio serenella!,
ciarrivamo er crepìnnisci a mmatina.
Monta dereto a cquarche ccarrettella,
s’hai la guallera gonfia o er mal d’orina
M’hanno acciaccato come ’na frittella
Mancomale: ecco cqua la Strapuntina.
Senti ch’è usscito ggià dda sagristia
er Santo Padre, e mmommó vva ar loggione?
Oé! vvarda laggiù che parapìa!
Ma ddirebb’io: si la bbonidizzione
tutte le zelle nostre s’aripìa,
chi più grossi li fa, meno è cojjone.

Roma, 21 agosto 1830 – G. Belli


eguali

“Sia homo o donna, basta che sia bocca,
e la sua parte a vivere li tocca.
E non lice ad alcun aver più inanzi
che l’honesto di vitto e di vestire,
per pranzar meglio o vestir meglio o stanzi,
che chi vuol comandar debb’obbedire.
E’ cosa empia e inhumana che t’avanzi
né ch’altri o io debbi per te patire.
Iddio ci fece ricchi e non già servi:
perché vuoi chi t’ingrassi e chi ti servi?
E chi nasce in città, villa o castello,
e sia basso o sia d’alto lignaggio,
differenza non sia tra questo e quello,
e nessun abbi un minimo vantaggio”

[anonimo lucchese del ‘500]


anonimi

Le cose più interessanti restano nell’ombra.
Non si conosce nulla della vera storia degli uomini


chi dove come quando perché eccetra?

“…dopotutto io non voglio niente, dico quello che sento, sento quello che dico, non so, una cosa o l’altra, oppure entrambe, e così ci sono tre possibilità, tutte queste storie di viaggiatori, queste storie di gente immobilizzata, sono mie, devo essere estremamente vecchio, oppure è la memoria che è cattiva, se sapessi se ho vissuto, se vivo, se vivrò, questo semplificherebbe tutto, impossibile saperlo, sta lì l’astuzia, non mi sono mosso, è tutto quello che so, no, io so dell’altro, non sono io, me lo dimentico sempre, riprendo, bisogna riprendere, mai smesso, di raccontarmi storie, ascoltandole appena, ascoltando dell’altro, spiando dell’altro, chiedendomi di tanto in tanto da dove sono venute, sono stato forse tra i viventi, o sono venuti loro da me, e dove, dov’è che le conservo, nella testa, non mi sento una testa, e con cosa le dico, con la bocca, stessa osservazione, e con cosa le sento, e patatì e patatà, non posso essere io, o forse non faccio attenzione, ho talmente l’abitudine, lo faccio senza prestare attenzione,, o come se fossi altrove, eccomi lontano, eccomi l’assente, è il suo turno, colui che né parla né ascolta, che non ha corpo né anima, ha qualcos’altro, non si sa che che cosa, deve pur essere cosa, qualche cosa, in qualche posto, silenzio, è dentro il silenzio, no, nemmeno il silenzio, è lui che bisogna cercare, o nemmeno, o un altro, o dell’altro, o null’altro, o quant’altro, nulla di personale, a ogni modo…”

[S. Beckett “L’innominabile”]


il re degli elfi

Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?
È il padre con il suo figlioletto;
se l’è stretto forte in braccio,
lo regge sicuro, lo tiene al caldo.
«Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?»
«Non vedi, padre, il re degli Elfi?
Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?»
«Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro.»
«Caro bambino, su, vieni con me!
Vedrai i bei giochi che farò con te;
tanti fiori ha la riva, di vari colori,
mia madre ha tante vesti d’oro».
«Padre mio, padre mio, la promessa non senti,
che mi sussurra il re degli Elfi?»
«Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,
tra le foglie secche, con il suo fruscio.»
«Bel fanciullo, vuoi venire con me?
Le mie figlie avranno cura di te.
Le mie figlie di notte guidano la danza
ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna».
«Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi
laggiù le figlie del re degli Elfi?»
«Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;
i vecchi salci hanno un chiarore grigio.»
«Ti amo, mi attrae la tua bella persona,
e se tu non vuoi, ricorro alla forza».
«Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!
Il re degli Elfi mi ha fatto del male!»
Preso da orrore il padre veloce cavalca,
il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,
raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,
nelle sue braccia il bambino era morto.


andare via lontano…

“E abbandonò l’angusta città nativa, tra i frontoni delle cui case soffiava il vento umido, abbandonò la fontana e il vecchio noce del giardino, amici intimi della sua gioventù, abbandonò anche il mare che tanto amava, senza neanche addolorarsene. Perché, essendo diventato grande, avendo messo giudizio, dovendo seguire la propria strada, provava solo scherno per l’esistenza insulsa e oscura che per tanto tempo lo aveva circondato”

[Th. Mann “Tonio Kroeger”]


céline (il grande céline)

“Ieri alle otto Madame Bérenge, la concierge, è morta. Una grande tempesta si leva nella notte. In alto, all’ultimo piano, la casa trema. Era una dolce e gentile e fedele amica. Domani la seppelliscono in Via dei Salici. Era davvero vecchia, alla fine della vecchiaia. Glielo ho detto dal primo giorno, quando ha incominciato a tossire: “Stia sdraiata il meno possibile!… Stia seduta quando è a letto!” Non mi fidavo…e ora ecco….tanto peggio. Non l’ho mica sempre praticata la medicina, questa merda.
Ora gli scriverò, che è morta Madame Bérenge, a quelli che l’hanno conosciuta. Dove saranno? Vorrei che la tempesta facesse ancora più chiasso, che i tetti si scoperchiassero, che la primavera non venisse mai più, che tutta la casa sprofondasse. Non so più a chi scrivere. Tutti sono andati via, lontano. Hanno cambiato d’anima per meglio tradire, meglio dimenticare, parlare sempre di altro…
Vecchia Madame Bérenge, il suo cane che uggiola, lo prenderanno, lo porteranno via, per sempre…”


il vero signore

“Il vero signore castellano
Lascia scrivere il villano,
La sua nobile mano,
Quando firma,
Graffia la pergamena…”


“farneticazioni” (3)

“In quanto destino della necessità, la verità è l’apparire dell’esser sé dell’essente in quanto tale (ossia di ogni essente); e cioè l’apparire del suo non esser l’altro da sé, ossia dell’impossibilità del suo divenir l’altro da sé, ossia del suo essere eterno. L’apparire dell’essente è l’apparire della totalità degli enti che appaiono […] Le parti sono un molteplice. L’apparire di una parte è la relazione dell’apparire trascendentale a una parte di tale totalità […] Ciò significa che esiste una molteplicità di queste relazioni. In questo senso, molteplice non è solo il contenuto che appare, ma anche il suo apparire.”

[Emanuele Severino]


“farneticazioni”(2)

…a parte che si potrebbe ritenere “farneticazione” ogni cosa, a rigore, ammesso che ci avesse senso dire “a rigore”, ammesso che ci avesse senso dire qualsiasi cosa.


si apre oggi la rubrica “farneticazioni” (1)

“Papa Francesco è l’esca che lo Spirito Santo ha fornito ai cristiani affinché si facciano nuovamente pescatori di uomini.”

[Camillo Langone su “il foglio”]


essere deficienti

“Sto scrivendo una cosa sul vantaggio di essere deficienti. Che, secondo me, se uno non si compiace troppo, della propria deficienza, la consapevolezza della propria deficienza è una cosa buona. Il discrimine (o un discrimine) è forse proprio quello: rendersi conto della propria deficienza, o non rendersene conto. Che essere intelligenti, secondo me, io non so se ne esistono, di persone intelligenti.”

[Paolo Nori]


finzione di finzione…

“Allora rientrai in casa e scrissi, E’ mezzanotte. La pioggia sferza i vetri. Non era mezzanotte. Non pioveva affatto.”

[S. Beckett]


come minimo…

Un uomo completo dovrebbe avere il coraggio di difendere tutti i vizi, e di averli praticati, non fosse altro che per curiosità.


kant(!)

“Kant ha atteso l’estrema vecchiaia per scorgere i lati foschi dell’esistenza e segnalare “lo scacco di ogni teodicea razionale”.
Altri, più fortunati, se ne sono accorti ancora prima di incominciare a filosofare.”

[E.M.Cioran]


ipocrisìa

“La volonté de Dieu
Soit faite en toute chose!”

[Molière – Le Tartuffe ou l’Imposteur]


grillo

“Miros ha costruito una tomba comune al grillo,
usignolo della campagna,
ed alla cicala che abita le querce,
versando, la fanciulla, una lacrima puerile:
infatti Ade l’inesorabile si portò via i suoi due giocattoli.”

[frammento greco]


ancora bacon…


ben-oltre la filosofia


beckett (samuel beckett)

“Chi cazzo si inculava Dio, prima della creazione?”
[Molloy]


anche nella bibbia c’è scritto…

“Foraggio e bastone e pesi per l’asino,
pane,disciplina e lavoro per il servo.
Imponi al servo di lavorare e non avrai molestia.
Se lo lascerai senza lavoro cercherà di fuggirti.
Giogo e briglie piegheranno il collo al giumento,
per i servo che opera male occorrono tormenti e flagelli.
Mandalo al lavoro perché non sia in ozio,
l’ozio è maestro di molte malizie.
Occupalo nei lavori come a lui si addice,
se non obbedisce stringi di più i ceppi…”


economia: l’analisi di Arnaldo Gamba(architetto e artista vicentino)

LA CRISI ECONOMICA GLOBALE
Premessa
Con le note che seguono si intende fornire un contributo alla conoscenza del fenomeno della crisi economica globale, con l’intento di trovare indirizzi di ricerca orientati a svelarne le cause, per ricavarne ipotesi di vie interattive, utili al suo superamento.
E’ normale attendersi, in questa fattispecie di problemi, che un obiettivo così ambizioso possa essere perseguito solo con metodi di ricerca particolarmente sofisticati, specifici di particolari discipline economiche, talora esoterici nel loro linguaggio tecnico; in questa analisi, tuttavia, rifiutando un punto di vista troppo bloccato dentro le proprie connotazioni specialistiche, ma, al contrario, per trovarne uno capace di offrirsi più facilmente ad una interazione interdisciplinare, si preferisce articolare la riflessione in un ambito linguistico-culturale non tecnico e non settoriale.
Questa impostazione, infatti, consente di considerare aspetti del problema, che afferiscono alla sfera economica solo nei loro effetti, ma che, in quanto soggetti causali, ineriscono più estesamente alle discipline umanistiche, rimandando ad uno scenario culturale più esteso e complesso, rispetto al quale l’indagine condotta con metodi e tecniche da mero economista comporterebbe un punto di vista troppo ristretto e quindi riduttivo.
Il fenomeno della crisi economica globale, che ha già assunto e ancora assumerà aspetti epocali, comporterà cambiamenti profondi, affatto riducibili a questioni di mera economia, che interesseranno la cultura nel suo complesso.
Nell’attuale momento il problema della crisi richiama l’attenzione dell’economista solo nei suoi aspetti emergenziali, ma, in quelli sostanziali ed attinenti le cause o le radici, dovrebbe richiamare quello della “cultura” nella sua interezza, poiché é da essa, nella sua accezione di insieme delle attività conoscitive che determinano la prassi, che ci si deve attendere, attraverso l’interazione sinergica di ogni sua branca, il disvelarsi delle ragioni non ancora palesatesi, di cui oggi conosciamo solo gli effetti economici, ed é in essa, nella sua accezione di insieme degli aspetti complessivi che danno il quadro della società, che dovranno essere introiettati i germi del cambiamento.
Si intende pertanto legittimata la scelta di non interfacciarsi necessariamente con le “teorie economiche” e con il loro linguaggio specialistico, confidando nella possibilità di occuparsi del problema, senza essere per forza esperti di economia.
Le argomentazioni da cui si parte, tuttavia, hanno bisogno di riferirsi, in piccola parte e con grande sintesi, alle teorie economiche, più o meno classiche, per innescare un ragionamento che, concatenando i vari aspetti dello scenario economico occidentale in un rapporto di causa ed effetto, possa spiegare i processi di degenerazione che hanno portato alla attuale crisi.
Il percorso dell’analisi si articolerà considerando separatamente i seguenti argomenti:
1 – struttura del processo degenerativo;
2 – la ripresa;
3 – la crescita;
4 – gli amici della crisi;
5 – la decrescita,
6 – il rapporto occidente – oriente,
7 – dall’economia politica alla politica economica,
8 – il vuoto culturale,
9 – la nuova domanda,
10 – il rapporto intergenerazionale nella trasmissione dell’esperienza,
11 – le politiche economiche.

1- STRUTTURA DEL PROCESSO DEGENERATIVO
Con “struttura del processo degenerativo” si intende riferirsi al complesso dei fenomeni che hanno portato alla crisi, come ad un insieme di fattori correlati, strutturato da interconnessioni non casuali, la cui consequenzialità rimanda ad una logica, che, se pur non si é palesata durante il suo darsi, é spiegabile quantomeno a posteriori.
D’altra parte il fatto che le economie nell’intero pianeta si attuino con processi che si ritengono dipendere dal controllo dei governi, secondo linee guida, leggi, regole, criteri di controllo, riassunti appunto nelle politiche economiche, autorizza ed anzi rende necessario questo punto di vista, respingendo ogni altro improntato ad ipotesi di “fatalità”.
All’interno di questa struttura processuale si vuole identificare il “salto logico”, troppo forte per esser inteso come una semplice aporia, che ha condotto al “peccato originale”, per così dire, responsabile della fase degenerativa.
Se quel “salto logico” si sia dato in modo imprevisto e imprevedibile, come una sorta di sconosciuto “virus” interno al sistema, o sia invece da attribuire ad un disegno consapevole (che lo negherebbe in quanto tale, ascrivendolo perciò ad una logica diversa ed occulta), é una questione che apre a considerazioni su cui ci si può cimentare solo a conclusione dell’intero ragionamento ed in ragione della sua coerenza.
La natura di quel “salto logico” non si identifica in un fatto preciso, unico, facilmente denominabile; la sua conoscenza sarà data dalla messa in sequenza degli aspetti che lo compongono, quindi da tutti quelli che intridono lo sviluppo discorsivo successivo, che si disveleranno pertanto nel suo farsi.
A questa condizione di attesa può essere invece sottratta l’esplicitazione del “peccato originale” connesso a quel salto logico e se ne dà quindi anticipazione dicendo che qui lo si identifica nell'”iperconsumismo”. Con questo termine si intende riferirsi alla sfrenata tendenza, caratteristica degli ultimi due decenni, ad insistere sul consumo di massa, per far fronte alle difficoltà tipiche del “mercato maturo” (saturo).
Si tenterà di dimostrare, concatenando gli eventi in un rapporto di causa ed effetto, che la curva parabolica che vede la crisi come punto d’arrivo, vede l’iperconsumismo come punto di partenza.
Un primo aspetto che depone a prova di questo rapporto causale é lo scenario globale, che dimostra, tra l’altro, quanto la dizione di “crisi economica globale” sia impropria, dovendosi più correttamente parlare di “crisi economica occidentale”.
Cina, India e paesi asiatici, infatti, che non sono in crisi ed anzi hanno una crescita economica mai raggiunta, non hanno ancora conosciuto la fase del consumismo di massa.
Le intuizioni all’origine della presente analisi, hanno iniziato a formarsi qualche tempo prima che la cosiddetta “crisi globale” (più propriamente occidentale) si manifestasse nelle proporzioni attuali.
L’attenzione era attratta con particolare curiosità sulla crescita abnorme di tre fenomeni per natura distinti, ma tra loro fortemente intrecciati:
– il ricorso ad un marketing sempre più aggressivo da parte delle aziende produttrici di beni di consumo;
– la accelerata espansione del credito al consumo;
– la diffusione di “pratiche varie”, apparentemente finalizzate al miglioramento delle condizioni di vita della gente comune, spesso vendute come conquiste sociali, in realtà indirizzate ad implementare le capacità di spesa della popolazione.
Tra quest’ultime si considerino anche i privilegi, le elargizioni facili e gli aiuti, erogati con apparente contraddizione ideologica, anche da governi di destra, con un welfare motivato da interessi elettoralistici. La portata di questi fenomeni suscitava perplessità circa il loro reale significato.
Lo scenario che si configurava fin dagli anni novanta mostrava la seguente tenaglia:
– da una parte: un’economia “reale” caratterizzata da una forte espansione produttiva;
– dall’altra: l’esplosione dell’economia “finanziaria”;
– in mezzo: una popolazione trasformata in “massa di consumatori” (consumo di massa) e in “massa di investitori” (borsa di massa).
Il processo ha avuto inizio negli anni ottanta quando l’espansione produttiva, per far assorbire al mercato la sua produzione sempre più esuberante, si é trovata a dover puntare sul consumo di massa, a qualsiasi costo.
I mercati dovevano rifasarsi su modelli iperconsumistici, estesi a tutta la base dei consumatori, fino comprendere ogni individuo, di qualsiasi classe sociale, anche privo di capacità di spesa.
La necessità di rivolgersi ad ogni individuo come a un “consumatore potenziale”, onde sostenere un apparato produttivo che altrimenti sarebbe saltato, ha innescato un processo di “totalitarismo consumistico”, articolato in tre fasi fondamentali:
1 – la fase culturale, nella quale la comunicazione mass-mediale ha introiettato nella cultura di massa nuovi “bisogni” di appagamento consumistico, generando nuovi modelli di comportamento e nuovi stili di vita, che dovevano assumere nell’immaginario collettivo un carattere prioritario ed imprescindibile per la realizzazione del benessere esistenziale;
2 – la fase finanziaria, nella quale la necessità di estendere a tutti la soddisfazione dei nuovi “bisogni” ha generato, per adeguare la scarsa capacità di spesa del consumatore di massa, metodi di implementazione finanziaria di vario tipo;
3 – la fase politica, che ha convertito le conquiste operaie (il consumatore di massa é per lo più operaio) alla illusione di una “pariteticità dei diritti consumistici”, una sorta di “egualitarietà”, garantita da una “democrazia consumistica”.
Questo effetto di de-proletarizzazione, ha efficacemente sospeso la visione della società divisa in classi e inibito comunque il senso di appartenenza a qualsivoglia classe della medesima, diffondendo una condizione di imborghesimento vissuta come elevazione a un più alto status. In Italia l’allontanarsi, dai partiti della sinistra, di parte degli operai giovani, invaghiti del sogno berlusconiano e di parte di quegli anziani, sedotti dal protagonismo “popolano” della Lega, é più comprensibile se riconosciuto in questo processo.
Tralasciando il punto 1 e il punto 3, marginali in questa fase dell’analisi, ci si concentra sul punto 2, andando a chiarire cosa si sia inteso per “metodi di implementazione finanziaria di vario tipo”.
In quei “metodi” si vuole comprendere tutte le forme conosciute di “aiuto” alla spesa, come le dilazioni, gli sconti, il credito al consumo, la concessione di mutui, il welfare “elettoralistico”, la concessione di privilegi vari….che, per semplicità ed esigenza di sintesi, sono qui riassunti nell’espressione di “forme suppletive di finanziamento “.
Suppletive, ovviamente, perché non facenti parte della ricchezza reddituale reale di ognuno.
Questa espressione ci aiuta a dare una anticipazione sintetica dell’intero ragionamento.
Ricordando che il consumatore di massa si identificava generalmente con l’operaio salariato ci si chiede: con quelle “forme suppletive di finanziamento” gli si é dato ciò che gli si era “tolto” prima? O per dirla con linguaggio marxiano: ciò che era stato precedentemente sottratto all’operaio, come appropriazione capitalistica di “plus-valore”, prodotto dal suo “plus-lavoro”, gli é stato poi restituito, sottraendolo al “profitto”, per far sì che egli acquistasse le merci da lui stesso prodotte, perché altrimenti sarebbe andate invendute?
Se il passaggio dalla condizione di “sfruttato” come “fornitore di valore aggiunto” a quella di “sfruttato come cliente”, necessitava, per attuarsi, di un sostegno economico, come si é generato questo surplus e in che modo si é pareggiata l’equazione?
In altre parole il costo della “metamorfosi operaio – consumatore”, come é rientrata nella necessaria “quadratura” dei conti?
E’ possibile che questa quadratura si sia data, come ipotizzato nella parafrasi della equazione marxiana, grossolanamente sopra impostata, da una sottrazione del “profitto”?
Se la quadratura dei conti fosse avvenuta a discapito del profitto, la contraddizione insita nel carattere controproducente del risultato, a guisa di cane che si morde la coda, indicherebbe in ciò il “salto logico”, ma non é così, perché l’equazione non si dà con uno sviluppo così breve. L’equazione in realtà sviluppa una concatenazione di cause ed effetti secondo una parabola così ampia e complessa da riuscire a invertire alla fine, come vedremo, le posizioni iniziali.
La quadratura dei conti si dà quando quell’insieme di svariate “forme suppletive di finanziamento”, dopo essersi perpetrate in quell’ampia parabola di concatenazioni di cause ed effetti, vengono fatte confluire, alla fine della parabola medesima, nel debito degli stati.
La perversione che é nata dalla necessità di ricorrere a ciò che qui si è sintetizzato con “forme suppletive di finanziamento”, ne ha inanellato molte altre, ognuna con la precisa funzione di spostare la quadratura dei conti ad una fase successiva, per arrivare a portare l’intero debito, contratto, si ricordi, per finanziare l’eccesso consumistico, nei conti dello stato.
E sembra connotarsi di una parvenza metafisica il fatto che lo stato, nel divenire il principale soggetto assuntivo del debito, si configuri come una misteriosa entità capace di tenerlo sospeso, farlo percepire più leggero, come un contenitore magico in cui riporre l'”impersonale” disavanzo passivo, accantonandolo indefinitamente in un limbo di cose di tutti e di nessuno.
Le considerazioni di carattere politico che questo tema sprigiona sono qui saltate a pie’ pari per proseguire nella disamina del processo.
Il problema della quadratura dei conti viene, in questo modo, sospeso, ovverossia spostato continuamente, con il rinnovo continuo del debito in cambio di titoli di credito: la quadratura, che algebricamente si vorrebbe “sincronica”, diviene, per così dire, “diacronica” in forma illimitatamente dilatata.
Questa diacronia, tuttavia, non é immune da problemi: essa genera costi dovuti al pagamento degli interessi sul debito.
Ciò lega questa condizione alla necessità di mantenere costante una “crescita” del prodotto interno lordo, congrua al punto da generare un’altrettanto congrua crescita delle entrate erariali, riservata al pagamento degli interessi.
Si é assunto dunque che il rincorrere la crescita diventi una necessità continua, incessante, per rendere possibile la continuità del debito, in una sorta di “moto perpetuo”; l’appello continuo alla medesima, pertanto, sottende che la spirale ascendente lungo la quale debito e PIL si avvitano, possa essere senza fine.
Una crescita infinita e un debito eterno … in un mondo finito?
Si rimandano ai paragrafi successivi le risposte possibili a questa inquietante domanda, per proseguire ora nella disamina del processo che porta alla crisi.
Per svariate ragioni di varia natura, la cui esplorazione é per il momento omessa a favore della sintesi, la fiducia sulla restituzione del debito di uno stato può durare a lungo, come può invece venir meno.
In questo secondo caso i finanziatori del debito tendono progressivamente a sottrarsi al loro impegno, avendo perso la fiducia nella contropartita (restituzione del prestito + interessi).
Si ha allora la crisi vera e propria, che viene gestita con opportune misure, dette appunto misure anti-crisi, o di emergenza, senza le quali si ha il “default”.
La crisi pertanto é, in estrema sintesi, un modo per dare quadratura ai conti.
L’equazione qui si chiude e ciò potrebbe apparire, per certi versi, di una ovvietà disarmante, se non fosse che essa apre a due nuove cruciali questioni:
1^ questione : le misure anticrisi in che modo danno la quadratura dei conti?
2^ questione: se la crisi nasce da una politica economica consumistica, la si può evitare?
1^ QUESTIONE
Il primo interrogativo trova risposta nelle manovre finanziarie di aggiustamento più o meno di “lacrime e sangue” che si abbattono sulla massa, a partire dai ceti più bassi.
Ma perché si abbattono sulla massa? Si abbattono sulla massa per recuperare da questa ciò che le era stato in precedenza dato sotto forma di conquiste sociali, con motivazioni di giustizia perequativa, magari, tuttavia destinato a incrementare i consumi nella quantità necessaria a far funzionare il sistema produttivo.
Tale asserto non é, in questa sede, minimamente interessato alla denuncia di una “intenzionalità”, da attribuire a qualsivoglia componente, in quanto non indispensabile nel dimostrarne l’innegabile verità algebrica.
La quadratura dei conti, dunque, si ha perché si toglie di nuovo ciò che prima era stato elargito, anche sotto forma di welfare e di conquiste sociali.
Ciò non significa, lo si vuol ribadire, che questo meccanismo sia necessariamente da ricondurre ad una regia consapevole, anzi lo si ascrive volentieri all’ “inconscio”, per così dire, del sistema, cioè a quegli innumerevoli fattori che, se pur generati, ognuno per proprio conto, da intenzioni diverse, confluiscono tuttavia in un risultato algebrico identico a quello che porta supporla.
Una regia che obbligatoriamente si dà invece quando occorre stabilire il passaggio da una politica economica basata sui consumi a una basata sull’austerità, e questo passaggio é immediato: fino a pochi mesi fa la parola d’ordine era “spendiamo per rilanciare i consumi” ora é “tiriamo la cinghia”.
L’improvvisa e inevitabile contrazione dei consumi comporta una conseguente ed improvvisa riduzione dei volumi di mercato e ciò, provocando una moria in gran parte della piccola e media impresa, che non ha possibilità di sbocco su mercati alternativi, fa sì che la battaglia per la quadratura dei conti lasci sul campo numerosi caduti anche nei ceti medi e medio-alti.
A prima vista potrebbe sembrare che la crisi colpisca tutti, anche se in proporzioni non eque, allo stesso modo in cui il consumo improvvido, in precedenza, beneficiava tutti; in realtà la crisi dà riscontro di un esito finale sempre più caratterizzato dall’aumentare delle sperequazioni sociali, per cui si dice che “i poveri sono sempre più poveri e sempre più numerosi” e “i ricchi sempre più ricchi e sempre di meno”.
Il processo di progressiva massificazione della popolazione su livelli bassi sembra rispondere alla necessità ciclica di disporre di una massa, appunto, sempre più estesa, sulla quale compiere, volta per volta e in un modo sempre nuovo, la spremitura che rimpingua una accumulazione capitalistica sempre più concentrata nelle mani di pochi.
Se la ciclicità di questo meccanismo fosse vera, portando con sé la progressione per cui, alla fine di ogni ciclo, i poveri sono sempre di più e i ricchi sempre di meno (anche se sempre più ricchi), si potrebbe supporre che la proiezione lineare di questo fenomeno conduca per forza alla scomparsa dei secondi.
In tal caso i primi potrebbe munirsi di pazienza ed attendere che il decorso naturale degli eventi dia loro soddisfazione definitiva.
Nonostante il risvolto comico finale, le considerazioni sopra espresse non possono ora sottrarsi dal prendere posizione in relazione all’inquietante interrogativo in precedenza accennato, quando ci si chiedeva se il “salto logico” doveva intendersi tale, cioé come aporia non voluta, una perversione degenerativa incontrollata del sistema, una sua tara, o se invece costituiva un passaggio coerente all’interno di un disegno, riconducibile ad una logica diversa, propria di un capitalismo più avido, figlio di un liberismo assoluto.
Delle due tesi, si intende qui sposare la prima, ritenuta più credibile. L’esposizione delle successive riflessioni proseguirà, pertanto, tenendo fermo questo riferimento.
Si vuol tuttavia condurre una breve disamina di entrambi, per dare con esse un’utile visione dello scenario entro il quale prendono forma.
A favore della prima depone il riscontro di un comportamento oggi meno improntato, se pur timidamente, al “fondamentalismo di mercato”, da parte degli organismi internazionali, sempre più consapevoli della necessità di adottare misure moralizzatrici e di equità.
I World Social Forum come quello di Mumbai del 2004 e World Economic Forum come quelli di Davos, non avrebbero senso al di fuori di una prospettiva di sempre maggiore sensibilità perequativa.
In altre parole prevale qui l’idea che gli errori finora fatti e reiterati siano comunque l’esito di perversioni sfuggite a metodi di controllo non ancora maturi, ma che un progresso verso la loro maturità sia possibile.
Senza entrare nel merito di questo aspetto, che darebbe luogo a una dissertazione troppo estesa in questa sede, ci si richiama e si rimanda a quanto molto chiaramente descritto da Joseph E.Stigliz, in “La globalizzazione che funziona” – Edizioni Einaudi 2006-2007.
Joseph E. Stigliz, che ha rivestito i ruoli di senior vice president e chief economist alla Banca Mondiale e presidente del Consiglio dei consulenti economici alla Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton, e ha ricevuto il premio Nobel per l’Economia nel 2001, é lui stesso, con l’autorevolezza della sua persona e della sua opera, una prova di una svolta virtuosa.
“La fiducia nel Washington Consensus, vale a dire nell’opinione condivisa del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del Tesoro degli Stati Uniti sulle politiche più adatte per promuovere lo sviluppo attraverso il ridimensionamento dell’intervento pubblico nell’economia , la deregulation e la rapida liberalizzazione… già all’inizio del nuovo millennio, cominciava a venire meno per lasciare spazio a una nuova filosofia.” (pag.17 del volume citato)
Induce invece ad essere meno ottimisti e considerare con rammarico la seconda tesi lo scenario di “giungla” che si propone con inusitata dimensione in tutto ciò che ha a che fare con il mercato finanziario mondiale.
La conoscenza di questo scenario, che resiste all’esplorazione facendosi scudo di linguaggi tecnici appositamente esoterici, svela una realtà a dir poco inquietante.
Descrivere la gigantesca attività borsistica di Wall Street e della City, soprattutto per quanto riguarda il mercato delle obbligazioni ipotecarie create a partire dai mutui subprime e dai prodotti derivati , tossici, di cui oggi il mondo é pieno, senza ricorrere a termini come “truffa”, “frode” o “imbroglio legalizzato” é impresa veramente ardua.
Anche il mercato azionario, benché più regolamentato e controllato, mostra spesso fenomeni inspiegabili: le azioni di un’azienda possono subire variazioni abnormi senza che in essa sia accaduto niente di sostanziale. Il valore del pacchetto azionario di un’azienda quotata in borsa, ad esempio, che dovrebbe esprimere il suo valore reale, può crescere in un periodo relativamente breve anche di percentuali inusitate (vedi Tiscali alla fine degli anni ’90), senza che siano cambiati gli impianti, ingranditi gli immobili, aumentati gli operai, accresciuti i fatturati in una ragionevole proporzione.
L’interesse dell’operatore di borsa non é più concentrato sulla tradizionale speranzosa attesa del dividendo, com’era nella Borsa classica di alcuni decenni fa, ma si é spostato quasi esclusivamente sui guadagni derivanti dalla attività di compravendita dei titoli, cioé sul “mercato” azionario.
Su quest’ultimo agiscono fattori non sempre pertinenti, talora attivati ad arte, che trasformano la Borsa in una sorta di lotteria o peggio in un banco per le scommesse.
“Le Borse e le banche d’investimento di Wall Street e della City sono come i casinò di Las Vegas.” -Michael Lewis – The big short -Rizzoli Etas. ( a questo autore, ex broker a Wall Street, si rimanda per una conoscenza puntuale dei meccanismi truffaldini del mercato obbligazionario USA).
A seguito della grande crisi del 1929 la Federal Reserve aveva introdotto criteri di regolamentazione adatti a evitare il ripetersi delle speculazioni selvagge che l’avevano prodotta; successivamente le amministrazioni di Reagan, dei due Bush ed in mezzo anche quella di Clinton, tutti in difesa del cosiddetto “sogno americano”, improntato al “fondamentalismo di mercato”, hanno praticamente eliminato detti criteri, con interventi di “deregulation”, sui quali anche Obama non é ancora intervenuto.
Quanto aveva detto, al contrario, Robert Kennedy, nel suo famoso discorso sul PIL, nel lontano 18 marzo del 1968, tre mesi prima di venire ucciso in un hotel di Los Angeles – “…non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones…” – é stato assolutamente ignorato allora e dopo.
I tempi di arricchimento dei “capitalisti finanziari” sono stati talmente brevi e i capitali accumulati talmente grandi, che al confronto il capitalismo industriale diventa ridicolo.
Da ciò é invalsa la distinzione tra l’economia “finanziaria” e l’economia “reale”, quasi fosse possibile intendere la prima in un modo quasi ludico e immateriale e la seconda invece come l’unica forma di economia a cui riferirsi in modo concreto.
In realtà le due forme si intrecciano e si fondono, visto che tutte le grandi aziende di produzione si
sono fatte quotare in borsa.
La possibilità di operare in borsa innescata nella totalità della popolazione (borsa di massa) ha generato l’idea, nell’immaginario collettivo, dell’instaurarsi di una sorta di democrazia del denaro (new economy) nella quale ogni individuo se é bravo o furbo, anzi più furbo che bravo, può arricchirsi.
La connessione tra capitalismo industriale e capitalismo finanziario ha indotto un neocapitalismo più rapido nel suo accrescimento ed elusivo delle forme di controllo che invece vengono esercitate sul capitalismo industriale: rapporti sindacali, controlli di stato, fiscalità ecc.
E’ questo il disegno?
2^ QUESTIONE
La seconda questione, che si interrogava sulla possibilità di evitare la crisi agendo sulla sua causa prima, qui attribuita al consumismo di massa, eliminandola o contenendola, trova secondo logica un automatico assenso, ma questa ipotesi solleva una domanda cruciale: se essa implica uno scenario di minori consumi in che modo é possibile sostenere il sistema produttivo industriale in essere?
Una risposta di buon senso indica sovente la via della riconversione produttiva, ma é da supporre che la produzione di nuovi beni, per saturare l’attuale potenziale produttivo, rimetterebbe in moto prima o poi il meccanismo perverso visto sopra.
In altre parole, il vizio, la tara che sfugge al controllo, é quello che porta allo squilibrio delle dimensioni del sistema.
Si é ritenuto che il libero mercato, che nella sua fase matura é andato oltre il “naturale” rapporto domanda-offerta, per entrare in quello “forzoso” dei consumi di massa, possedesse la capacità mantenersi in equilibrio anche in quest’ultima condizione. Il che non é stato.
Lo squilibrio dimensionale tra offerta e domanda rappresenta oggi il vero problema.
Non vi è più un sistema produttivo che rincorre i bisogni della società, ma sono i bisogni della società che si formano sulla pressione del sistema produttivo.
L’alternativa radicale, di cui gli organi di governo nazionali e internazionali sembrano non avere il coraggio di parlare, implica un’ipotesi di ridimensionamento del sistema complessivo, improntata alla ricerca di un nuovo equilibrio tra bisogni, produzione e consumi con l’adozione di criteri di controllo capaci di mantenerlo.
Non hanno il coraggio di parlarne perché questa ipotesi di ridimensionamento porterebbe inevitabilmente nell’immediato ad una prospettiva di costi e squilibri sociali, così difficile da gestire, da far provare tale terrore sul piano degli interessi elettoralistici da rimuoverlo anche sul quello psicologico (chiusura di aziende, disoccupazione, povertà). E’ molto più facile gestire il problema alimentando la speranza di un ritorno alle “vacche grasse”, ma questo purtroppo svia dallo studiare i modi per arrivare coscienziosamente, con una operazione “contrattiva”, ad una condizione di vacche più in buona salute proprio perché meno grasse.
Ma sta di fatto, tuttavia, che l’attuale condizione data dalle misure anti-crisi (lacrime e sangue) sia essa stessa l’innegabile espressione di un’ipotesi contrattiva (non si può certo dire che essa alimenti i consumi), ma la si ascrive ad una logica contraria, in ragione della sua supposta temporaneità, quella della transizione alla “ripresa” che si avrà dopo una nuova “crescita”.
Però é ad essa che si ricorre, per far fronte all’ emergenza, non agli stimoli alla crescita!
Ciò é dato come se la fase contrattiva rappresentasse un passaggio indispensabile per quella espansiva. Una sorta di “terapia” che si basa sul concetto, non privo di ambiguità, per cui “prima si risana” e “poi si sviluppa”. Ma non vi é nulla che dimostri il rapporto di causalità tra una temporanea restrizione dei consumi, conseguenza delle misure restrittive anti-crisi, e il loro successivo ritorno all’espansione.
Non é come una molla elastica, che deve prima contrarsi per poi espandersi; la molla quando si contrae accumula energia, che poi rilascia espandendosi, ma cosa si accumula durante la fase contrattiva? “lacrime e sangue”?
Queste ultime considerazioni portano ad approfondire i concetti di crescita e di ripresa.
2 – LA RIPRESA
E’ opinione diffusa che dopo la crisi, cioé dopo la terapia “lacrime e sangue” ed in virtù di essa, si creino le condizioni per la crescita e con questa si giunga alla “ripresa”, per un ritorno alla stabilità di periodo, come quella antecedente la crisi.
Altrettanto diffusa é l’idea che la sequenza crisi-crescita-ripresa-stabilità si ripeta con un andamento ciclico e che ogni volta si riconfermino le condizioni precedenti: stessi modelli di sviluppo e stessi stili di vita.
L’effetto negativo di questa idea lo si nota con una certa immediatezza nel sistema produttivo. Le attività di produzione, già colpite dalla contrazione dei volumi di mercato, si adagiano in uno stato di immobilismo imprenditoriale, nella attesa passiva della ripresa, pensando che questa, prima o poi, arrivi comunque e non per effetto della propria iniziativa.
Il risvolto in apparenza positivo di questa idea, invece, e quindi la naturale inclinazione verso di essa, é forse dato dalla particolare condizione psicologica che questa provoca, che porta a nutrire, quando si stia soffrendo la crisi, una ottimistica fiducia nella sua risoluzione. Ciò mitiga la riluttanza verso le misure anti-crisi e lenisce la sofferenza da queste indotta, facendola accettare come momentanea e transitoria.
E’ da dire tuttavia che la condizione delle misure anti-crisi, per effetto di questa idea di ciclicità, é sempre vista e vissuta come una condizione peggiore di quella precedente é mai come una migliore di quella che si verificherebbe in assenza di esse (nonostante il baratro venga spesso evocato). Ciò non solo impedisce di guardare alla condizione di restrizione come ad una “meno peggio” rispetto a quanto potrebbe ancora accadere, quindi come a qualcosa di cui potersi e doversi accontentare, ma distoglie anche dalla necessità di guardare al futuro in termini di cambiamento.
Per tale ragione si intende qui sostenere che questa idea di ciclicità, benché diffusa, sia in realtà deleteria.
Poiché la storia non si ripete mai allo stesso modo, non vi é mai una ri-presa delle condizioni antecedenti; il supporlo induce a pensare al dopo-crisi come al ripristino della condizione pre-crisi nelle sue stesse forme, il che non può darsi.
In questo modo vengono vanificati sforzi, conducendoli in una direzione impraticabile, che dovrebbero essere guidati, non da intenzioni restaurative, ma da ambizioni innovative, verso il cambiamento.
Se ciò vale per tutte le crisi, più o meno estese e più o meno brevi, ancora di più vale per quella in atto, in ragione della sua estensione e della sua probabile durata.
La conoscenza del cambiamento possibile dovrebbe costituire l’obiettivo prioritario, da perseguire con il massimo impegno, dedicando ad esso tutte le forze in gioco: un cambiamento dei modelli di sviluppo e un cambiamento degli stili di vita; magari, questa volta, invertendo il loro rapporto causale, non più i modelli di sviluppo che determinano gli stili di vita, ma gli stili di vita che determinano i modelli di sviluppo. In altre parole é il “cambiamento culturale” che determina il passaggio dalla condizione di crisi a quella della ricerca di una nuova stabilità.
Nel voler porre al centro del problema il tema di un “cambiamento culturale”, ci si riallaccia allora al cenno fatto in premessa, quando si evocava “la cultura” nelle due accezioni, per così dire, “attiva” e “passiva”, allo scopo di produrre il seguente provocatorio interrogativo: se la cultura, nella sua accezione di insieme degli aspetti complessivi che danno il quadro della società é figlia del modello di sviluppo che ha portato alla crisi e se esso é a sua volta il frutto della medesima, nella sua accezione di insieme delle attività conoscitive che determinano la prassi, non dovremmo allora prendere atto di una crisi culturale, da cui tutto é partito, prima ancora di una crisi economica?
Quanto la soluzione della crisi globale dipende da una ricetta di economia e quanto invece da uno sforzo di rinnovamento culturale?
3 – LA CRESCITA
La “crescita” é la parola magica che più ricorre durante la crisi. Tutti la chiedono e nessuno la fa. E’ sulla bocca di chi non sa di economia e la attende dagli economisti come si attende la ricetta dal medico di famiglia, più frequentemente di quanto non sia su quella degli economisti stessi, che si limitano ad usarla quasi solo per stare al gioco.
D’altra parte la contrapposizione “o crescita o recessione” si pone sovente in termini drammatici sia nei consessi nazionali, sia in quelli internazionali ed é una contrapposizione numerica che non si può eludere: crescita significa più PIL dell’anno prima, recessione significa meno PIL dell’anno prima.
Perciò la crescita del PIL é divenuto il principale comandamento.
E pensare che Robert Kennedy, sempre nel suo famoso discorso, già citato, ne parlava nei seguenti termini: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico e nell’ammassare continuo di beni terreni…non possiamo misurare lo spirito nazionale… né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo…il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine di ogni fine settimana… si accresce con la produzione di napal, missili e testate nucleari…il PIL misura tutto…. eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta…”.
Ma nei consessi internazionali si parla di crescita in modo vago, la si evoca con gravità, ma non si entra mai nel merito, come se la sua trattazione puntuale riguardasse altri. Gli stessi politici, capi di governo, si sottraggono al compito, come nel caso italiano, demandandolo ai “tecnici”, oppure lo affrontano con mal celato disagio.
Questo disagio, nel mondo occidentale, é il prodotto di una sistemica contrapposizione Stato – Mercato, che, dilatatasi talora fino alle posizioni estreme del “fondamentalismo del mercato”(come negli USA) da un lato e dello Stato che “non si intromette” dall’altro, ancora lascia percepire la questione come un tabù, retaggio di una visione troppo abituata a considerare gli interventi statali in economia, come propri e caratteristici di una politica di pianificazione di tipo social-comunista.
La crescita senza fine del PIL é diventata un’ossessione che non ha altra spiegazione se non quella che la suppone necessaria e funzionale al mantenimento del debito degli stati.
Ma il PIL, negli ultimi vent’anni, é sempre cresciuto e il debito degli stati non é mai calato anzi é cresciuto anch’esso in parallelo; evidentemente cresceva per finanziare il PIL, cioé per finanziare i consumi necessari ad assorbire l’eccesso produttivo che creava l’incremento del PIL.
Le posizioni vere, dunque, nonostante quanto si dice, si invertono dando luogo ad una aberrazione abnorme: si vuole un PIL sempre crescente per finanziare un debito che, a sua volta, cresce, per finanziare i consumi che consentono al PIL di crescere.
Tutto ciò fino alla crisi, che allora mobilita i governi a misure di rigore, proprio, ma non si dice, perché é il rigore funzionale alla riduzione del debito, non la crescita del PIL.
Se l’obiettivo fondamentale é la stabilità e questa é data dall’equilibrio di bilancio, dopo che questo fosse raggiunto con il rigore, perché é ancora necessario pensare ad una crescita senza fine del PIL? Come può questa idea di crescita senza fine non portare a ri-innescare un consumismo deleterio come quello che ci ha portato dove siamo? Evidentemente é questo che si vuole, cioé mantenere una condizione di iperconsumo di massa a favore ancora di un capitalismo orientato al “fondamentalismo del mercato”.
Ma come si coniuga questa idea di un andamento ciclico illimitato con la finitezza delle risorse del pianeta?
Come dare la “quadratura” ai conti della natura?
4 – GLI AMICI DELLA CRISI ECONOMICA
E’ normale asserire che lo sviluppo economico-industriale nel mondo veda il rovescio della medaglia nella degrado ambientale; che la crisi economica vada d’accordo di conseguenza con la salvaguardia ambientale del pianeta lo é altrettanto.
Parimenti si ascrive allo sviluppo economico-industriale occidentale molte delle cause del deteriorarsi di molti valori dell’uomo, che producono per certi versi, se non una crisi di civiltà, uno scarso progresso civile.
Si é voluto qui definire i due aspetti sopracitati come “amici” della “crisi economica”, nel senso che tutti insieme, i due amici più la crisi, danno luogo ad una “terna” di filoni problematici che non possono più essere considerati separatamente.
In quest’ottica la crisi economica potrebbe essere intesa come “il momento maturo”, una formidabile opportunità, dalla quale ripartire per una visione sempre contestuale di questi tre filoni problematici, per considerarli nel loro intreccio complementare ed indissolubile, come “note” di un “accordo” che si vorrebbe sempre “armonico” e non disarmonico.
Che questa occasione oltre che ghiotta sia anche realistica ed anzi latente lo testimoniano alcuni cambiamenti già riconoscibili:
– la contrazione dei consumi sta rivelando assai poca nostalgia per il modello iperconsumistico pre-crisi; nuove mode nascono nelle società occidentali più avanzate (quelle che di solito le creano per poi diffonderle) che si rifanno a modelli di comportamento meno ostentativi della ricchezza e tendenzialmente fautori di stili di vita diversi, improntati ad una maggiore moderazione nei consumi e dediti con maggiore frequenza e intensità alle attività della conoscenza (mai i musei, le mostre d’arte, i centri storici, i parchi naturalistici sono stati presi d’assalto come ora);
– nuovi stili di vita rimandano a nuove culture: quella della austerity, dell’ambientalismo e della sostenibilità dello sviluppo;
– ci si rende sempre più conto che la qualità della vita, se é inversamente proporzionale alla povertà, non é per questo direttamente proporzionale alla ricchezza;
– nuovi comportamenti del consumatore, più immune dalla pressione pubblicitaria, evidenziano una maggiore propensione a ragionare con la propria testa, senza per questo sentirsi “aut”. La tendenza al “fai da te”, al riuso, alla riparazione, al restauro e al riciclo, non si limita ad un temporaneo “far di necessità virtù”, ma si conferma come cultura sempre più diffusa, capace di dare dignità a stili di vita alternativi, più attenti all’uso del denaro;
– l’ “usa e getta”, “aggiustarlo non conviene”, si rivelano slogan superati, promotori dello spreco, a vantaggio unilaterale di un’industria elusiva della fase del “service” successivo alla vendita, quello delle riparazioni. Ciò ha portato a considerare il di ritorno di imprenditori artigiani indipendenti, che aggiustano con competenza, affidabilità, completezza di servizio e contribuiscono in questo modo a ritessere un tessuto di relazioni umane più indipendente dai condizionamenti mass-mediali;
– negli USA: “…Il fenomeno supera di molto i confini di un neo-artigianato. Investe la produzione culturale, la tecnologia, la politica. Fa parte della rivoluzione “Pro-Am”, abbreviazione di Professional Amateur….la società di ricerche Demos teorizza che il XXI secolo appartiene a questo modo di inventare, produrre, vendere…a raccontare questo fenomeno c’é anche il film di Faythe Levine: HANDMADE (una nazione fatta a mano), un documentario in cui la Levine racconta : é una rivolta dal basso per riprendersi il diritto di essere inventori, creativi, geni del design e del marketing, senza obbedire agli ordini di una Big Corporation – …” ( Federico Rampini – OCCIDENTE ESTREMO – Strade Blu – Mondadori).
5 – LA DECRESCITA
Si vuole ora riferirsi ad una tesi controcorrente nella misura in cui essa sembra porsi in tendenziale sintonia con la lettura critica, fin qui fatta, della crisi economica occidentale, in ordine alla debolezza dei criteri metodologici con cui generalmente la si indaga.
Si tratta della tesi della decrescita.
E’ chiaro che per decrescita non si intende né il lasciarsi precipitare nella recessione né procedere ad un ridimensionamento incontrollato del sistema. Per decrescita si intende la condizione probabile in cui ci si verrebbe a trovare con una gestione razionale delle risorse, in uno scenario non più costretto a ricorrere alle perversioni iperconsumistiche per dare un supporto illusorio, di breve durata, e di alto costo sociale e ambientale all’economia.
E’ una tesi che qui può concentrarsi nel seguente interrogativo: perché continuare a invocare la crescita, contro lo spettro della recessione, invece di gestire in modo intelligente la decrescita?
Non si comprende perché una tesi siffatta susciti terrore vista la stringatezza della logica che la sostiene: é giusto e corretto pensare ad una gestione razionale delle risorse? ovviamente sì, ma se questa comporta un ridimensionamento del loro sfruttamento, perché dovrebbe diventare in questo caso aberrante?
E’ chiaro che il ridimensionamento implica un andamento decrescente che può comportare, fino alla messa a regime del cambiamento, passaggi non facili da accettare, ma le misure anti-crisi “lacrime e sangue” sono la stessa cosa, anche se in un’altra accezione ermeneutica, che le ascrive ad una logica diversa, qui imputata di “illusionismo”.
Non si intende ora dar luogo ad una trattazione esaustiva di questa tesi e la si rimanda pertanto alla consultazione dei molti autori che se ne stanno occupando, primi tra tutti Serge Latouche e Maurizio Pallante, molto attivi in Internet e quindi facilmente consultabili, ma poiché il tema della decrescita, da questi e da molti altri, é affrontato con un approccio prevalentemente ecologista, si vorrebbe qui riconnetterlo, invece, con maggior sottolineatura, alla disamina della crisi economica fin qui condotta, come logica conseguenza del ragionamento che essa contiene.
La decrescita é dunque vista come la sola possibilità di dare ai “conti”, sia quelli della natura, sia quelli dell’economia, la “quadratura” tanto agognata; essa ci promette, al di là dei risvolti ecologisti più o meno romantici, un corretto risultato “algebrico”.
Le ultime due citazioni si riportano di seguito come simpatica conferma di questa conclusione:
– «[…] se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il PIL non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo.» Zigmunt Bauman – la finanza é fuori controllo e la politica non può liquidarla – intervista del 7 agosto 2011. – ” Il fallimento a cui sta andando incontro il Protocollo di Kyoto dipende da una contraddizione interna originaria: volersi affidare alle logiche e ai meccanismi di mercato per neutralizzare i suoi effetti. E’ come chiedere al boia di tagliarsi la testa da solo.” Paolo Cacciari – Decrescita o Barbarie.
6 – IL RAPPORTO OCCIDENTE-ORIENTE
Non si vuole ora entrare, in modo esaustivo, nel tema del rapporto occidente-oriente, per la sua vastità, anche se sarebbe estremamente interessante farlo, soprattutto in considerazione dell’utilità e del peso che una prospettiva di relazioni interculturali avrebbe in relazione al “bisogno” di rinnovamento culturale che si é sopra denunciato.
Rimandando ad altra sede questo tipo di indagine ci si limita qui ad affrontarlo unicamente per sollevare un interrogativo: come si coniugheranno, in una prospettiva di globalizzazione ulteriore, i trend economici probabilmente inversi dei due mondi?
Le nostre necessità “decrescenti” come potranno combinarsi con le loro necessità “crescenti” per quanto concerne, ad esempio la tutela del pianeta?
I paesi asiatici stanno correndo proprio verso quei modelli di sviluppo che hanno caratterizzato il benessere economico (e l’iperconsumismo) del mondo occidentale fino a prima dell’attuale grande crisi, e lo stanno facendo sulla spinta di un forte impulso imitativo; é come se dicessero, con un chiaro diritto alla pretesa: adesso é il nostro turno!
Per ora solo il 10% della popolazione può dirsi equiparata ai nostri livelli di benessere e la restante é ben lontana da questi; ma quando l’emancipazione economica raggiungerà tutti i tre miliardi di popolazione asiatica, cosa accadrà al pianeta?
L’interrogativo apre un tema assolutamente impossibile da affrontare in questa sede per cui se ne dà cenno quasi solo indicandone il titolo; c’é da augurasi ed auspicare tuttavia che l’impulso imitativo che caratterizza quei popoli nei nostri confronti li spinga fino a seguirci anche nella inevitabile inversione di tendenza, ed é a questo obiettivo che andrebbe indirizzata l’intensificazione degli sforzi nei rapporti interculturali.

7 – DALL’ECONOMIA POLITICA ALLA POLITICA ECONOMICA
Le modalità con cui si sono concatenati in questa relazione gli aspetti della crisi, per giungere ad una sintesi che insista sulla necessità di un rinnovamento culturale della società, hanno conferito alla medesima un’inclinazione a porsi più nell’ambito dell’economia politica che in quello delle politiche economiche.
Si indugia ora, ancora per poco, in quest’ambito, non tanto per l’interesse in sé a perseverare in tale inclinazione, quanto piuttosto per tentare di giungere in modo consequenziale e non arbitrario alle successive riflessioni, afferenti a quello della politica economica.
Per arrivare ad esse, saldandole alla piattaforma concettuale fin qui data, sono necessari alcuni ulteriori chiarimenti, per sottrarci preventivamente al rischio di fraintendimenti, dovuti alle numerose banalità, che intridono il dibattito politico e che ancora fanno populisticamente riferimento al “mercato” o ai “mercati”, come ad entità sovrumane, dotate di proprie leggi “naturali” ( la mano invisibile del mercato).
Populisticamente perché l’assegnare al mercato una dimensione imprescindibile, una propria autonomia, come quella che appunto si suppone nell’attribuirgli un carattere naturale, assolve al dublice compito di alleggerire la classe politica dalle responsabilità sui processi economici e di dare al “popolo” una visione semplificata dell’economia.
In questa visione semplificata, il mercato, che viene rappresentato come una realtà oggettiva naturale, non alterabile dunque nella sua logica strutturale dagli interventi dell’uomo, contiene intrinsecamente una condizione equanime, egualitaria, un sistema democratico, per così dire, che garantisce pari opportunità ad ogni individuo nella corsa al successo economico.
Il mercato é, in questa accezione, una “fede”.
E’ stata questa “fede” che ha mobilitato i nostri padri nella ricostruzione dell’Italietta negli anni ’50 ed é ancora questa fede che mobilita gli industrialotti e artigiani del nord-est, non dissimile da quella che ha mobilitato e mobilita, negli USA, gli inseguitori del “sogno americano”.
Pur nella consapevolezza di quanto questa “fede” costituisca ancora oggi la “molla” della entusiastica e talora eroica intraprendenza di molta piccola e media imprenditoria, non si può glissare sugli aspetti mistificanti di questa interpretazione, legati ad una bonaria idea di “utilità dell’ignoranza”. D’altra parte si vorrebbe in qualche modo difenderla, assumerla come una pulsione positiva, riconoscerla come un utile fattore propulsivo, riconnettendola però a radici più autentiche, a motivazioni di tipo diverso, sicuramente meno fragili.
Meno fragili e meno contraddittorie di quelle, ad esempio, che hanno provocato di questa “fede” una facile abiura, in modo assai poco eroico, a beneficio dell’eresia corporativa, nella reazione “antiliberistica” dei piccoli imprenditori come i commercianti, i taxisti, i farmacisti, i benzinai, i notai, ecc., a seguito dei provvedimenti di liberalizzazione del governo Monti. E’ ben strano il modo con cui viene diffusamente accettato che i paladini della libera iniziativa, dopo averla propugnata per sé, la neghino agli altri a tal punto.
L’ economia politica, come scienza sociale, ha avuto inizio, come é noto agli studiosi, ma non a molti politici, nella seconda metà del settecento con i Fisiocratici e poi con Adam Smith e le politiche economiche – o le non politiche – improntate al “liberismo”, al “laisser faire”, ed in generale all’idea di un “ordine naturale dell’economia” e di un mercato capace di autoregolarsi attraverso la sua “mano invisibile”, risalgono a quel tempo.
Nei due secoli e mezzo successivi questa scienza sociale, grazie ad un continuo approfondimento scientifico e ad un ampio sviluppo disciplinare, arricchiti in modo particolare dal contributo marxiano da un lato e da quello keinesiano dall’altro, ha visto più volte venir meno le teorie dei primordi, sostituite o innovate da altre più complesse, come é ovvio attendersi.
Nondimeno l’atteggiamento mentale più diffuso sembra riconoscersi ancora in quelle.
Più propriamente ci si dovrebbe riferire a due livelli distinti:
– quello popolare, di cui si é appena parlato;
– quello, più elevato, dell’ “economista”.
Questo secondo livello viene ammesso ed accettato senza discussioni ed anzi accreditato di ufficialità, tuttavia l’espressione “economista” é divenuta una locuzione semantica rivelatrice di una conoscenza scientifica lontana, un po’ come la fisica delle particelle, il cui sapere concerne un mondo inesplorabile per la massa e quindi consensualmente accettato nella sua dimensione esoterica.
L’economista é visto come una sorta di sciamano o di “azzeccagarbugli”, a cui rivolgersi con la stessa fiducia e deferenza che si ha per un medico o per un avvocato, quando si é gravemente ammalati o molto in colpa.
D’altra parte l’economista stesso sembra non disdegnare quel certo distacco, che gli conferisce un atteggiamento di estraneità, testimone e garante di una conoscenza che lo pone al di sopra del problema, in una condizione immune dalle conseguenze del medesimo.
Non c’é trasmissione radiofonica o televisiva, che, nell’affrontare il problema della crisi, non includa alla fine un breve commento dell'”economista” e questo breve commento, asettico quanto laconico, sembra rivelare l’infastidito disagio di chi, appena “atterrato” su un suolo straniero, non trova nella lingua degli autoctoni le espressioni adeguate a rivelare i misteri di cui é a conoscenza.
Anche l’oratoria monotonale di Mario Monti, nonché l’incedere da primario ospedaliero in corsia, sembrano riconoscere l’obbligatorietà della condizione politicamente asettica, come attestazione dell’autorevolezza indispensabile per legittimare l’enunciazione di un provvedimento economico senza doverlo spiegare.
D’altra parte la “spiegazione” diviene in sé un’impresa difficile se si tiene conto dello scenario in cui dovrebbe calarsi.
I due livelli sopra enunciati, infatti, di cui si é tratteggiata almeno la natura apparente, manifestano in ragione di questa una incompatibilità che viene qui assunta non tanto come segno del disagio degli economisti, che, calati nell’agone politico, sono costretti, talora schernendosi, a difendere l’oggettività scientifica del loro sapere, quanto piuttosto per sottolineare quanto la politica si sia tenuta lontana dalla conoscenza dell’economia.
Questi due livelli, pur nella loro incompatibilità, hanno identificato, per così dire, il limite basso e il limite alto di una banda, dalla quale la “discussione” politica ha attinto, alla bisogna, gli spunti tattici per le proprie strategie elettoralistiche, senza curarsi della loro attendibilità. Il coacervo di interpretazioni e di ricette, spesso contraddittorie perfino rispetto alle radici ideologiche di chi le proponeva, costituisce ora lo scenario dialettico in cui il governo tecnico dovrebbe collocare le proprie spiegazioni, senza incorrere in malintesi. La difficoltà é comprensibile.
D’altra parte il consenso al governo tecnico, così ampiamente ottenuto in Italia e all’estero, sembrerebbe dipendere solo in piccola parte dai successi ottenuti sul campo, che appaiono suscitare più una responsabile tolleranza che un entusiastico plauso, quanto piuttosto alla inadeguatezza della politica dei nostri politici e della politica italiana in sé.
L'”economia”, e quindi la sua conoscenza, sembrerebbe assurgere, anche nell’immaginario collettivo, a categoria sostitutiva della “politica” o meglio non propriamente sostitutiva ma “duplicativa”, nel senso della costituzione di un contro altare.
Si dà luogo infatti ad uno sdoppiamento di ruoli, dei quali uno vede l’economia come la protagonista ordinatrice dei processi razionali e l’altro vede la politica come il luogo di contrapposizioni sempre più feroci, spiegabili non più con riferimenti ideologici ormai superati o comunque culturalmente ignorati, ma da atavici odi (conflitti irrisolti su cui si dovrebbe sociologicamente indagare con grande impegno), ancora buoni per scaricare la propria aggressività e trovare rassicurazione nell’appartenenza ad un branco.
Questa separazione tra “economia” e “politica” sembrerebbe avere avviato la “crisi” della seconda, o almeno la sua revisione critica e il conseguente rinnovamento, ma troppi aspetti lasciano supporre che questa sia una pia illusione: la “schizofrenia” infatti funziona perché assegna alla prima il ruolo della “scienza noiosa” e alla seconda, finalmente liberata dai lacciuoli della razionalità colta, quello di offrire libero sfogo alla istintività popolana con tutti i suoi annessi e connessi .
Il sostegno parlamentare al governo tecnico, incomprensibilmente dovuto ad un dichiarato senso di responsabilità (come si può motivare con il senso di responsabilità la rinuncia ad agire, senza ammettere contemporaneamente il proprio fallimento?), non ha diminuito l’arroganza e la sicurezza della classe politica, che sa di essere, oggi più che mai , la speculare rappresentazione delle divisioni, più culturali che politiche, della società italiana.
Non di meno sa di aver perso il supporto di quell’elettorato che predilige una guida finalmente competente, da cui accettare anche l’imposizione di una rinuncia, purché di essa sia data una ragione seria e credibile.
Ed é amaro notare ora come i parlamentari tentino di recuperare il consenso elettorale, erigendosi a difensori dei diritti popolari, ogni qualvolta quella ragione seria e credibile non é data con convincente evidenza.
Il passaggio dalle misure di emergenza, vale a dire quelle di “lacrime e sangue”, a vere e proprie misure di politica economica, é assai difficile da immaginare in questo scenario.
Le misure di politica economica dovrebbero nascere dalla politica, qui, al contrario, ci si attende che esse vengano redatte come “ricette” dal “medico” per poi essere revisionate sulla base della spartizione dei poteri della classe politica e riadattate in forma di “benefici”, “vantaggi” e “promesse” da rivolgere al proprio elettorato specifico.

8 – IL VUOTO CULTURALE
Attorno al problema della “crisi economica” vi é urgenza di produrre “cultura”. E’ forte l’esigenza di nuove ragioni motivanti, che riempino il vuoto lasciato dal lungo periodo di seduzione consumistica, di nuovi interessi alla vita di relazione, troppo a lungo inaridita da stili di vita ormai superati e da stereotipi edonistici invecchiati.
Il forte calo dei consumi registratosi al nascere della crisi, ben prima che avessero applicazione le misure “lacrime e sangue”, lungi perciò dall’esser già l’effetto di una condizione di indigenza generalizzata, é stato la prova di quanto fosse facile, in fondo, ridurre le proprie soddisfazioni materiali, dimostrandone lo scarso legame con le necessità reali (con ciò evidenziando la aleatorietà dell’economia iperconsumistica). L’improvviso calo, fin dall’inizio della crisi, dell’ordine, in molti settori, del 30%, era dovuto non tanto a “reali sacrifici”, ma ad una consapevole e poco gravosa scelta di rinunciare al superfluo se non addirittura all’ effimero.
La conseguente scoperta di quanto il minor “avere” e il minor “apparire”, fondato su un minor “possesso” di feticci materiali, abbiano assai poco nuociuto alle reali condizioni dell’ “essere”, ha riconsegnato all’individuo la consapevolezza di poter reinventare i suoi stili di vita guardando ad un orizzonte di scelte che sono “in primis” di comportamento e solo dopo ed in conseguenza anche di merci.
Il castello delle illusioni date dal marketing consumistico, che sembrava aver costruito nell’immaginario collettivo qualcosa di irrinunciabile, sta crollando.
Tutto ciò dà luogo ad una nuova condizione che può rappresentare un terreno fertile per la semina di nuovi valori, nuovi modelli di comportamento, nuovi stili di vita, ma nell’immediato la rapidità con cui il “vecchio” offre il posto a un “nuovo”, non ancora immaginato, crea un vuoto culturale inquietante che può diventare pericoloso.
In questo momento l’emergenza non concerne solo la crisi economica, ma anche la sua “comprensione”: la gente non capisce cosa sta accadendo e ciò produce un’oscillazione tra possibili stati di panico ed altri di fatalismo passivo, che può dar luogo a situazioni difficili da gestire.
Al contrario quando la prospettiva, ancorché segnata da rinunce e sacrifici, fosse supportata dalla comprensione del progetto politico del cambiamento, non solo verrebbe accettata con maggiore facilità, ma diverrebbe essa stessa una forza mobilitante verso la partecipazione attiva, con la assunzione orgogliosa di responsabilità generatrici, talora, di sorprendenti espressioni di solidarietà, equiparativa dei dislivelli possibili soprattutto nei ceti bassi.
Il sentimento della solidarietà produce un senso di appagamento in chi lo prova, perché l’esercizio della condivisione realizza la soddisfazione del bisogno di socializzazione, primario anche quando é inconsapevole, nell’orizzonte dei desideri di felicità dell’uomo. Ma questo bisogno, che é in sé un attivo promotore anche dello sviluppo economico, non é mai stato al centro della cultura mass-mediale consumistica, anzi é stato da questa sottilmente negato con l’individualistica lusinga del possesso personale, che con l’idea della condivisione produce una contraddizione in termini. La frustrazione di questo bisogno sta mettendo in moto comportamenti nuovi, tesi a recuperarne la soddisfazione; il volontariato diffuso soprattutto tra i giovani ne é prova.

9 – LA NUOVA DOMANDA
I continui richiami alla crescita” dell’economia, anche da parte delle forze politiche della sinistra, mai esplicitati in veri progetti e solo vagamente invocati, esprimono apprensione, in realtà ed ovviamente, per il “lavoro”, sia in termini di difesa dell’ “occupazione” dei già occupati, sia in termini di “ri-occupazione” dei disoccupati, sia infine in quelli di “nuova occupazione” soprattutto dei giovani.
Anche in questo caso tuttavia si sorvola con imbarazzante vacuità sul rapporto di causalità che intercorre in modo stringato tra “lavoro”, quindi “occupazione”, e “domanda” di prodotto.
Come può aumentare il “lavoro” se non aumenta la “domanda” di prodotto?
Ma come può aumentare la “domanda” di prodotto se non aumenta il “potere d’acquisto”?
E come può aumentare il “potere d’acquisto” se non aumenta il “lavoro” e quindi l”occupazione”?
Il circolo é vizioso in modo evidente, ma la “politica”, nella sua interezza, da destra a sinistra, lo tace fingendo di ignorare che lo sia.
Ciò di fatto maschera un comportamento che non essendo capace di andare oltre l’assioma della “crescita” possibile solo attraverso la “ripresa” dei consumi, quindi del consumismo, anzi dell'”iperconsumismo”, non va oltre l’idea keinesiana dei sostegni alla domanda; un’idea che oggi non si concretizza unicamente perché non ci sono i soldi, ovvero per l’impossibilità di espandere ancora il debito dello stato; come dire che se esso non ci fosse (peccato!) si potrebbe tornare a rifarlo.
Allo stesso modo, ma nella direzione opposta, i “tecnici”, gli economisti, da bravi ragionieri, non possono, per le condizioni di emergenza, immaginare nulla che vada oltre al restringimento della spesa e all’allargamento dei ricavi erariali, per tentare di ridurre l’emorragia debitoria.
Alle questioni sollevate da questo circolo vizioso, nel quale sembra perdersi l’ordine dei rapporti di causa ed effetto, occorrerebbe rispondere cominciando ad immaginare quale tipo di “nuova domanda” possa comunque nascere dal “cambiamento”.
La “nuova domanda” genererà “lavoro” e questa é l’unica cosa che potrà rimettere in moto il sistema, ovviamente nei modi e nelle dimensioni compatibili con i nuovi assetti socioeconomici. Data per irrimediabilmente persa la possibilità di ritorno all’espansione della vecchia “domanda”, ovverossia la domanda del “vecchio” prodotto, é la “nuova domanda”, ovverossia la domanda di un nuovo prodotto, che bisogna cercare di conoscere.
Capire quali nuovi prodotti fare e quali nuovi servizi offrire, interpretando il cambiamento nel suo divenire, deve costituire la “molla” degli economisti e degli imprenditori.
E quanto più il cambiamento sarà ampio (e sarà molto ampio), tanto più sarà ampia la domanda (é paradossale come questo aspetto, già compiutosi storicamente altre volte e caratteristico di ogni vera ri-nascita economica, sfugga ora al mondo imprenditoriale bloccato dentro la propria dimensione identitaria e le proprie abitudini).
Ma la nuova “domanda” non si tradurrà da sé in domanda di prodotto, o, per meglio dire, la domanda si esprimerà attraverso la manifestazione di un bisogno latente ma invisibile, non preciserà quindi le proprie caratteristiche (come d’altra parte é sempre avvenuto) in termini di risposta produttiva. Bisogna scoprirlo, individuarlo, conoscerlo, semmai indurlo. Per questo dobbiamo rimetterci in moto in ciò che da tempo ci siamo abituati a non fare: lo studio dei bisogni latenti e nascenti, la ricerca, l’intuizione creativa, l’amore per il rischio d’impresa.
Per centrare le caratteristiche della risposta produttiva, anticipando la domanda nascente, occorre dunque analizzare e interpretare il cambiamento tendenziale degli stili di vita, che questa volta si é costretti ad esplorare e non più a determinare.
In altre parole agire nell’ambito di un rinnovamento culturale.
Sappiamo, alla fine, che l’unico modo certo di interpretare la nuova “domanda” é di farlo attraverso l'”offerta” e ciò fa parte del rinnovamento culturale. Il procedere “per tentativi ed errori” é inevitabile, ma l’alea di rischio verrà contenuta dal coinvolgimento dei giovani: da esclusi dai processi produttivi e decisionali essi diverranno gli attori del cambiamento, in quanto deputati ad immaginarlo nelle sue nuove forme esistenziali.
Si palesa ormai con evidenza quanto i giovanissimi, gli attuali i ventenni, rifiutino istintivamente gli stili di vita suggeriti ai loro padri dal consumismo di massa, le cui lusinghe promettevano il successo come una vittoria sull’ “altro”, l’eros come una conquista dell’ “altro”, la competizione esasperata come condizione di sopravvivenza sull’ “altro”.
Lo scetticismo giovanile verso i miti nati a partire dagli anni ’80 si manifesta oggi in modo evidente, rivelando un animo in subbuglio per la frammistione di aspetti che riguardano da un lato un’abitudine quasi annoiata al benessere e dall’altro l’assenza di valori ideali, negati dalla società dei consumi, di cui avvertono in loro stessi l’anelito senza tuttavia conoscerli.
E per conoscerli si pongono alla loro ricerca anche attraverso la partecipazione ai movimenti diffusi di volontariato, con ciò esprimendo non solo il bisogno naturale di inserimento sociale, ma anche una inconsapevole “pulsione nostalgica” per quel senso della socialità (di cui hanno forse percepito le tracce più nei nonni che nei padri) che, nell’esercizio della solidarietà, porta a contropartita quell’indispensabile nutrimento interiore che si trae dalla vita di relazione.
In questa “crisi economica”, che li porterà a conoscere condizioni di vita a cui non sono abituati, e nelle quali saranno chiamati a lottare con grande impegno, i giovani vi vedono già ora, con un atteggiamento talora indecifrabile perché nuovo ed autentico, anche i segni di una “decadenza” civile, a cui dovranno reagire con la costruzione di nuove fondamenta.
Questa “soma”, che sta piombando su spalle ancora poco adatte a sostenerla, li troverà bisognosi di nuovi strumenti. Ecco la nuova domanda.
10 – IL RAPPORTO INTERGENERAZIONALE NELLA TRASMISSIONE DELL’ESPERIENZA
Dal coinvolgimento delle nuove generazioni dovrà prodursi la soluzione dei problemi futuri in una misura notevolmente più ampia del solito, proprio per l’entità del cambiamento in divenire.
Il rapporto con i giovani da parte degli adulti o dei vecchi o comunque dei detentori delle leve dello sviluppo costituisce un aspetto di tale importanza, da volerlo ulteriormente argomentare nel tentativo di fornire delle possibili linee guida. Esse potrebbero discendere dai seguenti postulati:
1° postulato – tutta l'”esperienza” maturata deve renderci dotati al punto di negarla;
2° postulato – nessuna idea é buona se non é nuova;
1° Postulato
L’espressione contenuta nel primo postulato é un po’ tranchant nel tono perché vuole indicare la necessità di un modo più adatto di assumere l’ “esperienza” in questo particolare momento.
Se l’esperienza può essere genericamente assimilata, senza ricorrere a troppa filosofia, ad un “tesoro” di conoscenze utile nel “progettare” il futuro, il modo con cui essa deve essere usata é il vero problema.
Oggi il modo un po’ troppo acriticamente diffuso é quello della sua reiterazione automatica.
Il percorso che ci porta alla reiterazione automatica dell’esperienza, a scapito dell’innovazione, potrebbe essere così riassunto: l’ “esperienza”, in quanto somma delle azioni che hanno dato un certo tipo di risultanze, viene riproposta per ottenere le stesse risultanze. In questo modo diviene un “metodo”. Le risultanze possono essere ulteriormente ottimizzate, attraverso gli affinamenti di quest’ultimo e ogni operazione di affinamento costituisce a sua volta una “esperienza” aggiuntiva, che implementa l’esperienza complessiva, la matura, senza distorcerne l’identità. Nella fase pionieristica e comunque giovane di qualsiasi attività il rapporto di implementazione reciproca esperienza/metodo é particolarmente dinamico e dà luogo ad una crescita notevole dell’esperienza medesima. Nella fase matura si parla poi di “grande esperienza” come di quella che dà luogo ad un metodo che consente di ottenere in una sola fase ciò che è stato in precedenza ottenuto attraverso una certa quantità di fasi di maturazione. Il “metodo”, frutto di quella “grande esperienza” é comprensibilmente complesso e per tale motivo é assunto senza che le ragioni che lo hanno prodotto e che lo connettono all’esperienza debbano essere ancora visibili o estrinseche. Esso dunque, se pur efficace in tutti i casi in cui le condizioni contestuali di utilizzo sono analoghe a quelle endemiche, risulta inadatto e difficilmente adattabile al variare di queste.
Il “mutatis mutandis”, cioé la assunzione del cambiamento delle condizioni contestuali, diviene infatti più difficile là dove l'”esperienza” é grande e il “metodo” é complesso. Quando il cambiamento delle condizioni contestuali é notevole, il “metodo” e dunque l'”esperienza” che l’ha prodotto risultano inadeguati e di conseguenza obsoleti.
Chi non se ne accorge viene escluso dal cambiamento e chi invece se ne accorge può non solo adeguarsi ad esso, ma anche diventarne un attivo interprete. Il primo atto della nuova esperienza consisterà allora nella negazione senza rimpianti della prima.
Oggi dobbiamo considerare di essere in questa fase.
Nel marketing, ad esempio, e nella ricerca e sviluppo industriale a questo connessa, esperienza e tecnica si sono talmente affinate, ma poi anche, in virtù della loro complessità, stabilizzate, al punto che ormai anche il consumatore medio capisce il modo in cui viene manipolato. Seth Godin, autore del Il ruggito della mucca viola e di molti altri bestsellers di marketing, descrive lo scenario dei consumatori come ormai totalmente avulso da quello interpretato dal marketing classico.
Non basta, lo scenario del mercato e la complessità delle interazioni mercato/azienda mettono così a dura prova le tecniche del management classico, perfezionate con anni di “esperienza”, da far sì che il profilo del top-manager oggi più ricercato non sia più quello che imposta la sua strategia prima sulla analisi ordinata dei dati e poi su un organigramma di idee di intervento, ma quello di colui che sa istintivamente interfacciarsi con il “caos” con disinvoltura: questi non deve avere bisogno di fare riferimento a “principi d’ordine”, ma saper rinunciarvi, cogliendo le linee di forza e le tendenze emergenti direttamente dal caos, senza bisogno di filtri metodologici.
Le stesse carenze e difficoltà dovute alla impossibilità di reiterare l’ “esperienza” in modo efficace si notano in molti altri settori, non solo della produzione, ma soprattutto della scuola nei suoi vari livelli. Occorre oggi, nella nostra condizione di pervasiva maturità ed incipiente obsolescenza dei metodi, essere capaci di utilizzare tutto il sapere accumulato attraverso l’ “esperienza” per svincolarsi dal suo condizionamento.
2^ postulato
L’asserire che nessuna idea é buona se non é nuova é una espressione che vuole insistere sui concetti sopraespressi. Vi é in essa la volontà di estremizzare il giudizio sulla maturazione socioeconomica della società (per quanto attiene l’occidente), riconoscendo in questa lo stadio tipico di un cambiamento epocale.
Ciò non implica che non si debba guardare al passato, anzi, esso costituisce la formidabile banca dati delle idee: una “nuova idea” può nascere dalla considerazione di una riflessione di Aristotele, tanto quanto da una di Eistein, e tuttavia darsi per la prima volta.
E’ chiaro inoltre che l’essere “nuova” non implica automaticamente l’essere “buona”, poiché l’essere nuova costituisce una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ma finché la sufficienza della condizione non é raggiunta, la maggior certezza della negatività della vecchia, rispetto a quella della positività della nuova, in conformità al postulato, autorizza un procedere per negazioni che risponde a una forma di pensiero del tipo: “non sono sicuro di ciò che devo fare, ma sono sicuro di ciò che non devo fare”, e ciò configura un buon principio dell’intraprendere.
E’ evidente che occorre tornare a pensare, cercare, sperimentare, rischiare ed anche, nella misura minore possibile, sbagliare.
Continuare a fare, per paura di sbagliare, ciò che é stato già fatto costituirebbe oggi uno “sbaglio” sicuramente più grosso.
Operare facendo un’esperienza nuova, era quanto i nostri padri facevano nel ricostruire l’Italietta negli anni ’50.
L’errore madornale sarebbe “attendere” la “ripresa” pensando che questa dipenda dalla intraprendenza degli altri.
Il ruolo dei vecchi non dovrà essere, allora,come é facile attendersi, quello tradizionale di chi indica al giovane le iniziative da intraprendere adducendo la sua lunga esperienza. Avendo assunto infatti il presupposto che il cambiamento sarà tale da far sì che ogni indicazione “ripetitiva” dell’esperienza avrà molto più probabilmente effetti negativi che positivi, é necessario teorizzare con estremo rigore anche il comportamento dei detentori delle esperienze.
Il “tesoro di esperienze” dei vecchi, se é veramente valido, deve in primo luogo rendere capaci loro di metterlo in discussione fino a negarlo, ovverossia di superarlo e quindi di indicarlo non come ancora ripetibile, ma come un tesoro di insegnamenti che alimentano il pensiero creativo.
Se il percorso dovrà avvenire (come sempre) per tentativi ed errori, l’apporto di esperienza dei vecchi potrà avere se non altro il compito di ridurre l’ampiezza della banda di quest’ultimi. I vecchi sicuramente conoscono una notevole quantità di cose da non fare, di tentativi ed errori da evitare, perché a loro già noti.
La relazione vecchi-giovani, che tradizionalmente vede la trasmissione dell’esperienza, come il passaggio dai primi ai secondi delle indicazioni di modelli da attuarsi con modalità ripetitive, dovrà capovolgersi: saranno i giovani, con le loro teste e con la loro capacità di comprendere e interpretare il cambiamento, a mettere in moto le nuove idee.
I vecchi dovranno essere in grado di compiere un’operazione “decostruttivista”, per così dire, delle proprie esperienze, per ottenere una conoscenza delle dinamiche, che “smascherata” dalle aporie del proprio tempo, possa essere riconsegnata depurata ai giovani intenzionati a misurarsi costitutivamente con il proprio presente economico e imprenditoriale.
11 – LE POLITICHE ECONOMICHE
Da quanto detto finora risulta con evidenza quanto la “predicazione” e la conseguente aspettativa di politiche economiche “invocanti” la crescita assuma connotati sempre più demagogici e illusori.
Ritornando alla considerazione fatta nella prima parte della presente esposizione là dove si é espressa la contraddizione del rapporto debito-PIL con l’affermazione: si vuole un PIL sempre crescente per finanziare un debito che, a sua volta, cresce, per finanziare i consumi che consentono al PIL di crescere, si vuole ora ribadire che é questo il nodo che occorre sciogliere!
Ci si interroga se Mario Monti alla “crescita” ci creda veramente e si é qui inclini a pensare che egli usi questo termine con intenti psicologici.
Le liberalizzazioni proposte, ad esempio, apriranno lo scenario delle attività a qualche nuovo volenteroso imprenditore, che tuttavia si offrirà ad una domanda assolutamente non incrementata per effetto della sua offerta, anche se l’apertura di un varco sul fronte corporativo sbloccherà almeno in prospettiva l’attuale rigidità del mercato.
L’interpretazione dell’atteggiamento e del comportamento di Mario Monti, che qui si tende ad avvalorare, più che nella direzione della crescita a tutti i costi, va in quella del perseguimento di obiettivi di un nuovo “equilibrio” tra le componenti fondamentali del sistema, in un tentativo di ricomposizione di nuovi assetti. Da questo punto di vista forse non si tratta più di parlare di crescita nel solito modo, né di decrescita, ma piuttosto, mediando le istanze dell’una e dell’altra, trovare una via di razionalizzazione che possa impostare un nuovo rapporto tra PIL e debito pubblico equilibrato e soprattutto sostenibile.
“Un recupero di efficienza” si direbbe con linguaggio aziendalistico.
Ma il recupero di efficienza in un’azienda é possibile solo se supportato da un disegno strategico, ma come può prendere vita e forma un disegno strategico nell’economia di uno stato?
Il crollo delle economie socialiste, da un lato, e quello delle economie liberiste dall’altro (Wall Street 2008), smentiscono sia le illusioni di “pianificabilità” dell’economia, sia quelle generate dal suo contrario, cioé dal “laisser faire” o “dalle naturali leggi del mercato”. Le politiche economiche possono però mettere, come si suol dire, i “paletti”, per indicare le linee guida verso l’attuazione di nuovi modelli di sviluppo.
E’ sullo studio, sull’immaginazione, sulla configurazione dei nuovi modelli di sviluppo possibili che il dibattito, nonché l’impegno politico, dovrebbero andare, attuando così rinnovamento culturale auspicato.


poveri stronzi (tutti)


pianto(sandro penna)

“Da un grande casamento,
pieno di luci, viene
solo un rumore, assurdo
e inutile, di latta.

L’infanzia, se rammento,
è a volte un poco sciatta”


un minuto secondo (e anche troppo)

“In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia del mondo”: ma tutto durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole. Per quell’intelletto, difatti, non esiste una missione ulteriore che conduca al di là della vita umana”


il marchese fulvio abbate