Archivi del mese: Maggio 2011

nozze

“Clara aveva il terrore degli incendi. “Ti rendi conto che siamo al quinto piano e non avremmo alcuna possibilità di fuga?”. Se qualcuno bussava alla porta senza preavviso rimaneva  come paralizzata.  Gli amici lo sapevano, e si annunciavano sempre. “Sono Leo” , oppure “Sono l’uomo nero.  Mettete gli oggetti di valore in un sacco e passatemelo attraverso la porta”. Il cibo troppo condito le dava il voltastomaco. Soffriva di insonnia, ma bastava farla bere un po’ e si addormentava come un angioletto – non che ci fosse da rallegrarsene troppo, perché col sonno arrivavano gli incubi, da cui si svegliava madida di sudore.  Diffidava degli estranei, e ancor più degli amici. Era allergica ai frutti di mare, alle uova, al pelo di animale, alla polvere, e a chiunque non fosse pazzo di lei. Durante il ciclo soffriva di mal di testa, crampi, nausea, ed era di un umore schifoso. Aveva terrificanti attacchi di eczema. Teneva chiuso in un’anfora, contro il malocchio, un intruglio di pipì e unghie tagliate. Aveva paura dei gatti, soffriva di vertigini e se sentiva un tuono impietriva. Detestava i ragni, i serpenti, l’acqua, la gente.  E io, lettore, questa donna l’ho sposata”.

Mordecai Richler “La versione di Barney”


algeria(1950)

“Mentre mi facevo la barba mi sono domandato cosa potevo fare e ho deciso di andare a nuotare. Ho preso il tram per andare allo stabilimento balneare del porto. Mi sono tuffato nell’acqua. C’erano molti giovani. Ho incontrato mentre nuotavo Marie Cardona, una dattilografa che aveva lavorato nel mio ufficio e che avevo desiderato, a quell’epoca. Anche lei, credo. Ma poi se n’era  andata e non c’era  stato il tempo. Mentre l’aiutavo a salire su una boa gli ho sfiorato i seni. Ero ancora nell’acqua quando lei si era già sdraiata sulla boa. Si è voltata verso di me. Aveva i capelli sugli occhi e rideva. Mi sono tirato sulla boa e mi sono sdraiato vicino a lei.Il tempo era splendido e, come per scherzo, ho lasciato andare la testa all’indietro e l’ho appoggiata sul suo ventre. Non ha detto nulla e io sono rimasto in quella posizione. Avevo tutto il cielo negli occhi,  azzurro e oro.Sotto la mia nuca sentivo il ventre di Marie battere dolcemente. Siamo rimasti così sulla boa mezzo addormentati. Quando il sole ha cominciato a picchiare troppo forte lei si è tuffata e io l’ho seguita. L’ho raggiunta, l’ho presa intorno alla vita e abbiamo nuotato insieme.Lei rideva.Sulla banchina, mentre ci sciugavamo,  mi ha detto.  Sono più abbronzata di te! Le ho domandato se voleva venire al cinema, la sera. Ha ancora riso e mi ha detto che aveva voglia di vedere un film con Fernandel”.  

Albert Camus “Lo straniero”


lacorsia n.6 (seguito)

” – E l’immortalità?  – Eh, lasciate stare! – Voi non ci credete, ma io ci credo. Qualcuno,  in Dostoevskij o in Voltaire, dice che, se Dio non esistesse gli uomini lo inventerebbero. E io credo fermamente che se non esistesse l’immortalità, presto o tardi la inventerebbe il grande spirito dell’uomo. – Ben detto!  – proferì Andrej Efimyc, sorridendo di piacere. – E’ bene che voi abbiate questa fede. Con una tal fede si può vivere cantando anche murati dentro una parte. Voi c ertamente avete ricevuto un’istruzione. – Sì, ho frequentato l’università, ma non ho finito. – Siete un uomo di pensiero e di meditazione. In qualunque ambiente potete trovare la tranquillità in voi stesso. Un pensiero libero e profondo, che tende alla comprensione della vita, e un completo disprezzo della stupida vanità del mondo, ecco due beni, i più alti che l’uomo abbia mai conosciuti. E voi li potete possedere anche rinchiuso dietro a tre grate. Diogene viveva in una botte, però era più felice di tutti i re della terra.      – Il vostro Diogene era uno scemo – proferì accigliato Ivan Dmitic – Che mi venite a parlare di Diogene e di non so quale comprensione? – si irritò egli a un tratto, balzando in piedi. – Io amo la vita, l’amo appassionatamente! Io ho la mania di persecuzione, una  continua paura tormentosa, ma ci sono dei momenti in cui mi afferra la sete di vivere, e allora io temo di impazzire. Ho una terribile voglia di vivere, terribile!”   (continua)

Anton Cechov ” La corsia n.6″


il mio babbo

“E’ naturale. Dopo tutto, sono tuo padre. E’ vero che se non fossi stato io sarebbe stato un altro. Ma non è una scusa. I lukum, per esempio, che come ben sappiamo non esistono più, mi piacciono più di qualsiasi cosa al mondo.  E un giorno te ne chiedrò uno, in cambio di qualche favore, e tu me lo prometterai. Bisogna vivere secondo la propria epoca.Chi invocavi di notte, quando eri piccolo e avevi paura? Tua madre? No. Me. Ti lasciavamo piangere. Poi ti abbiamo allontanato, per poter dormire. Io dormivo, ero come un re, e tu mi hai fatto svegliare perché ti ascoltassi. Non era indispensabile, non avevi veramente bisogno che io ti ascoltassi. Del resto io non ti ho ascoltato. Spero che verrà un giorno che avrai veramente bisogno che io ti ascolti, e il bisogno di sentire la mia voce, una voce. Sì, spero di vivere fino a quel giorno, per sentirmi invocare da te come quando eri piccolo piccolo, e avevi paura, la notte, e io ero la tua sola speranza…”

Samuel Beckett “Finale di partita”


vita da miserabile

“Vorrei sapere, Nèvolo,

perché mai così spesso

t’incontro intristito e con la fronte aggrottata,

come un Marsia sconfitto.

Perché questa faccia? Mi sembri Ràvola

sorpreso a strofinare con la barba gocciolante

a Ròdope la fica.

(E pensare che se un servo lecca una torta,

gli mollano un ceffone!)

No, nemmeno Creperio Pollione,

che va in giro a offrire interessi tripli

senza trovare gonzi,

avrebbe un viso così sconsolato.

Di dove all’improvviso tante rughe?

Accontentandoti di poco,

vivevi la  vita di un cavaliere becero ,

commensale spiritoso e pungente

dagli scherzi mordaci

e dalle arguzie di pretta marca romana.

Ora tutto il contrario:

viso serio, una selva orrenda

di capelli arruffati

nessuna traccia sulla pelle

di quel candore che ti conferivano

gli empiastri calabri di pece calda,

ma gambe squallide e trascurate,

tutte una foresta di peli…” (continua)

Giovenale “Satire”


l’aducazzione


 

57. L’aducazzione

 

Fijjo, nun ribbartà1 mmai Tata tua:2
abbada a tté, nnun te fà mmette sotto.3
Si cquarchiduno te viè a ddà un cazzotto,3a
lì ccallo callo4 tu ddàjjene dua.

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua5
te sce fascessi6 un po’ de predicotto,
dijje: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua».7

Quanno ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia,8
bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fà rrestà9 mmanco una goccia.

D’esse10 cristiano è ppuro11 cosa bbona:
pe’ cquesto12 hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

Roma, 14 settembre 1830 – De Pepp’er tosto

 


1 Ribaltare, in senso attivo: «ismentire, rinnegare, far torto».

2Tuo padre.

3Non ti far soperchiare.

3aTi viene a dare un pugno.

4Caldo caldo: immediatamente.

5Porco da uva.

6Ti ci facesse.

7Ognuno pensi ai fattacci tuoi.

8Alla mora o a boccia.

9Non fargliene restare.

10D’essere.

11 Pure.

12Perciò.


autoritratto d’artista5

“…In vena di  amenità, mi piace rotolarmi nel lurido, vado a trovare annotazioni sui miei quaderni: Una: vorrei semplicemente essere vissuto così da poter pensare ai fatti miei. Un’altra: l’arte è come babbo natale: può darsi che non esista ma io ci credo (e, nella pagina seguente: può darsi che esista ma io non ci credo). Ma anche: arte come gusto dell’abisso; fantasma evocato da parole come “sipario strappato”, luogo comune e fascinosità. (Giura che non stai civettando o comunque che, se stai civettando, non te ne accorgi a causa della tua fondamentale stupidità! – G.C.Palei). Lo giuro. Sincronismi. Lesioni cerebrali. Titolo: Me, di me, per me. Fine.

Aroldo Mariani “ME, DI ME, PER ME.”


frugalità

“Dal mio campicello, facondo Giovenale,

Ecco, ti mando noci per i Saturnali.

A fanciulle lascive gli altri frutti

Li ha donati il membro in fregola di Priapo.

 Marziale (40 – 102 d.C.)


autoritratto d’artista4

“…Ora però voglio dirla fino in fondo: mi fanno ridere quelli con la premura del copyright, con la salivosa difesa dei diritti della originalità (cosa vuoi mai originalare, miserabile!  – P. Taddei) e del mio – mio – l’ho fatto io. Una volta per tutte: mi va bene copiare, rubare, sottrarre, e non citare le fonti. Mi va bene il riutilizzo, l’appropriazione; anche se dovessi restare in compagnia del solo Burroughs. Non vi dirò quasi mai da dove e da chi riprendo le frasi che scrivo. Se siete per il gioco, giocate. Le coordinate: quelle posso provare a indicarle, coordinate per trovarmi e acciuffarmi. [ammesso, che, gliel’ho detto, qualcheduno…]  Le buone città : Cartagine, Albalonga, Acappulco. Le buone parole (splendide come gioielli): Calamandrana [!], Micidiale, Torpore Bachelite. Un vino: Verduzzo di Ramandolo [naturale!] Un fiore : Papavero e derivati [e chi l’ha voluta capire…] I buoni film: Providence, Mock Gravity[?] Le buone storie: Tiburcio Maia (Pancho Villa uccise a bruciapelo  moglie e figli di T.M. che gli diceva: non posso seguirti, devo pensare a loro),  le Fraccaridi (La mamma gli chiese – Hai sposato le Fraccaridi? come se gli chiedesse – Ti sei lavato i denti? E lui, che alla mamma non sapeva mentire, rispose, Fo…Fo…Forse. Balbettava) Tutt’ora senza risposta: C’è il plurale della fine? C’è la rima per uva? [ho provato, inutile…] (continua)

Aroldo Marinai “ME, DI ME, PER ME”


lacorsia n.6 (seguito)

“…Ivan Dmitric sorrise beffardamente. – Voi scherzate – disse strizzando gli occhi. – Degli individui come voi e come il vostro aiutante Nikita non si danno briga dell’avvenire, ma potete esser sicuro, egregio signore, che verranno tempi migliori! Io posso  esprimermi in modo banale, ridete pure, ma splenderà l’alba di una nuova vita, la giustizia trionferà, e sulla nostra strada ci sarà festa! Io non la vedrò, creperò prima, ma i pronipoti di qualcuno la vedranno. Io li saluto con tutta l’anima e gioisco, gioisco per loro!  Avanti! Che Dio vi aiuti, amici!  – Ivan Dmitric, con gli occhi scintillantisi alzò e, tendendo le braccia alla finestra, continuò con l’emozione nella voce:     – Di dietro a queste grate io vi benedico! Viva la giustizia! Io mi rallegro!      – Non trovo che sia il caso di rallegrarsi –  disse Andrej Efimyc , cui la mossa di Ivan Dmitric era parsa teatrale, ma nello stesso tempo era piaciuta assai,   – Le prigioni e i manicomi cesseranno di esitere e la giustizia, come voi avete voluto espimervi, trionferà, ma, già, la sostanza delle cose non muterà, le leggi della natura resteranno tali e quali. Gli uomini continueranno a ammalarsi, a invecchiare e a morire proprio come adesso . Qualunque magnifica aurora abbia illuminato la vostra vita, alla fine tuttavia vi inchioderanno in  una bara e vi getteranno in una fossa. – E l’immortalità?   –  Eh, lasciate stare!…(continua)

Anton Cechov “La corsia n.6”


autoritratto d’artista3

“…Ho sempre smanacciato coi colori e le matite, e soprattutto con la carta e le figure. Normale. Ma debbo[l’autore usa, secondo me, non impropriamente, ma diciamo, gli ho detto, io , pedissequamente  prolissamente artatatamente vigliaccamente, eccetra, “debbo,” invece di devo, “vado” invece di vo, “faccio” invece  di fo, stateci attenti, fateci caso, glielo ho fatto ossservare, io,  diverse volte, chi sono io, non ha importanza,  l’importante è…] dire che ricordo sempre, fin dove può andare a pescare il mio ricordo, di avere trescato e armeggiato con la reppresentazione e i materiali della rappresentazione. Debbo  [ancora!]però anche ammettere che la mia memoria è cortissima. Ho spesso pensato che questa fosse una forma inconscia e spontanea di protezione. E l’ho alimentata dicendo: la mia piccola intelligenza badiamo a non sovraccaricarla mai. Lasciamola riposare. Ho usato le mie mani, questo sì, ciò che mi consente adesso di lavorare con perizia. Su questo non transigo: faccio [fo!]le cose con totale dedizione e attentissima partecipazione. Ed [anche qui, abbiate pazienza, gli ho detto, non la mettere la “d”  di “Ed” lasciala perdere la “d” gli ho detto, io, non importa chi, etc….lui l’ha messa!]ho imparato a usare i pastelli e i pennelli. Perché sono sostanzialmente e sperticatamente un tipo che privilegia l’attività fisica . Sono il mio unico bene. Relazione tra me e il mio corpo: ottima; certe volte ci sopportiamo, in genere ci unisce una perfetta complicità. Immagino che s’era capito fin dall’inizio. L’ingranaggo della mia disperazione? [anche qui: non si capisce da dove sbuchi fori questa “disperazione”, io gliel’ho detto, gliel’ho fatto presente…] Un mistero.  [appunto!] Ho cercato di addomesticare il malumore: Ho provato a mettere a frutto le paturnie. Ho dipinto tele con rabbia, con dolore, col senso della fine in ogni cellula [io gliel’ho detto…] E’ sempre finito tutto molto banalmente, senza che mi ricordassi la ragione dello star male, il passare delle giornate senza colore, i danni fatti a me e intorno a me [specialmente!] Come succede a tutti presumo. (continua)

Aroldo Marinai “ME,DI ME, PER ME” 

[


monologo3

“…in Seine-et-Oise  Seine-et-Marne  Marne-et-Oise nella fattispecie al tempo stesso parallelamente non si sa perché va dimagrendo restringendosi tornando da capo Oise Marne insomma la perdita secca per testa di rapa dalla morte di Voltaire essendo in misura  di due dita e cento grammi per testa di rapa circa in media press’a poco cifre tonde buon peso spogliato nudo in Normandia non si sa perché insomma in breve poco importa i fatti i fatti parlano e considerando d’altra parte il che è ancora più grave che alla luce alla luce degli esperimenti in corso di Steinweg e Petermann ne consegue il che è ancora più grave che ne consegue il che è ancora più grave alla luce degli esperimenti abbandonati di Steinweg e Petermann che in campagna in montagna in riva al mare e ai corsi e d’acqua e di fuoco l’aria è la stessa e la terra nella fattispecie l’aria e la terra nei grandi freddi l’aria e la terra fatte per le pietre nei grandi freddi purtroppo all’èra settima l’etere la terra il mare per le pietre dai grandi abissi i grandi freddi per mare per terra nell’aria accidenti tornando da capo non si sa perché malgrado il tennis i fatti parlano non si sa perché avanti il prossimo…” (continua)

Samuel Beckett “Aspettando Godot”


autoritratto d’artista2

“…me la cavo, a volte, perché le mie osservazioni vengono prese per spiritosaggini. Altre volte mi salva il parlare a bassa voce e borbottare. Spesso si crede che mi stia schiarendo la voce mentre invece sto azzardando un’opinione. Si dirà che se la mia opinione si perde è tutto di guadagnato, per me. E anche per gli altri. Tuttavia qui parlerò di me. Disboscare è l’estensione di quell’attività già piacevolissima che è potare. Non so pensarne altre così complete e soddisfacenti come tagliare rametti con le opportune cesoie, affilate, ben rispondenti alla pressione della mano. E segare di buona lena i rami più grossi, morbidi di linfa. Intrufolarsi fra i pruni. Aggredire con l’accetta. Stroncare.Spianare. Rastrellare. Svellere. Una macerie. Una fatica goiosa. Un sudare ventilato. I rumori. Gli odori. Muschio e finocchio. E la luce. Le ombre. Dipingere non lo consiglio a nessuno. Dipingere è sgradevole e stupido. Si salvano solo i dilettanti, questo è naturale e anche logico. Probabilmente anche scolpire è altrettanto stupido. O inventare installazioni, o elucubrare forme d’arte poco più che mentale. Ma forse la cosa più stupida che ci sia è dipingere.    Io dipingo…(continua)

Aroldo Marinai “ME, DI ME, PER ME.”


monologo2

“…non si sa perché in seguito ai lavori di Poinchon e Wattman risulta altrettanto chiaramente tanto chiaramente che tenendo conto dei tentativi di Fartov e Bechler incompiuti incompiuti non si sa perché di Testu e Conard incompiuti incompiuti risulta che l’uomo contrariamente all’opinione contraria che l’uomo di Bresse di Testu e Conard che l’uomo insomma in breve che l’uomo in breve malgrado i progressi dell’alimentazione e dell’eliminazione dei residui va via via dimagrendo e al tempo stesso parallelamente non si sa perché malgrado l’incremento della cultura fisica della pratica degli sport quali quali quali il tennis il calcio la corsa a piedi e in bicicletta il nuoto l’equitazione l’aviazione l’inculazione il tennis il morfinaggio il pattinaggio e su ghiaccio e sull’asfalto il tennis l’aviazione gli sport invernali estivi autunnali autunnali il tennis sull’erba su legno e su terra battuta l’aviazione il tennis l’hockey su terra sul mare e nei cieli la pennicellina e succedanei insomma tornando da capo al tempo stesso parallelamente va via via rimpicciolendo non si sa perché malgrado il tennis tornando da capo l’aviazione il golf sia a nove che a diciotto buche il tennis su ghiaccio insomma non si sa perché…” (continua)

Samule Beckett “Aspettando Godot”


autoritratto d’artista1

“Il più bel mestiere del mondo è il disboscatore. Specialmente per me che non brillo tanto per intelligenza. (Già dopo la seconda frase devo fare un inciso perché mi trovo in difficoltà: una dichiarazione d’inadeguatezza, come questa sopra, ha tutta l’aria di un tentativo di capt. benev. e come tale, se non altro, potrebbe alienarmi simpatie. Sarebbe un peccato, oltretutto ho bisogno di approvazione, anche se mi costa ammetterlo. E poi  si tratta, lo giuro, della pura verità. Chiunque se ne può render conto, non è sufficiente questo mio argomentare per luoghi comuni? E, in definitiva, la meschinità delle mie paure? E il fatto stesso che sto cercamdo di raccontarmi, di prendermi sul serio? Tutto converge). Quel che mi accade quando penso: come l’ispessirsi di una nebbia, nel cervello, che impasta tutto, rende faticoso raccapezzarsi, mi affatica e costringe a decisioni di fuga. I prodotti delle mie elaborazioni cerebrali sono come cianfrusaglie arraffate in fretta , e scaraventate fuori a confrontarsi con le argomentazioni degli interlocutori. Così anche quando non ci sarebbe urgenza o necessità. Dico la mia e cerco di essere breve; non riesco ad ascoltarmi a lungo perché mi rendo conto della vanità di quello che sto dicendo. E anche per una forma di rispetto verso chi mi ascolta, se mai. Ma questo è già meno probabile…” (continua)

Aroldo Marinai “ME. DI ME. PER ME”.


l’atelier

“La sua pittura è chiaramente un modo per sconfiggere la noia. Dipinge per sé e i suoi amici. Lo dimostra la sua attenzione per la stampa, come ritaglia e conserva le fotogarafie, le cartoline dei luoghi che lo hanno colpito, i ritratti degli amici. Raccoglie di tutto nel suo atelier, quasi fosse un modo molto più efficace per rappresentare la vita, piuttosto che ritrarre i modelli dal vero.  Nel corso degli anni struttura la sua pittura in modo molto sofisticato e sceglie alcuni temi di riferimento. Il più ricorrente – e forse il più riuscito – è quello delle amicizie, delle persone che ha frequentato e stimato: dagli incontri più significativi – quelli con Roy de Maistre, Peter Lacy, george Dyer o John Edwards – agli amici più cari, gli scrittori o gente conosciuta alle mostre,. Il suo disordine dimostra quanto tutto per lui fosse riconducibile al caso, a incontri fortuiti; è un modo per dire che la fatalità è più importante dei programmi. E’ come se la casualità degli incontri nella vita reale valesse anche per i documenti sparsi sul pavimento dell’atelier.. “Vivere” e “lavorare” si coniugano fuori dell’atelier, nei bar, durante le discussioni, ma anche nella lettura di libri, riviste, nelle mostre e al cinema, insomma in quello che oggi si definisce attività culturale e che è alimento costante per l’artista.  Come un animale porta nel nido cibo e oggetti utili alla sopravvivenza, così Bacon ricopre di cose il pavimento del suo studio. La sporcizia e la polvere accentuano gli effetti del disordine: Il degrado dei materiali presenti nell’atelier è dovuto ai fogli di carta strappata, alle macchie di pittura, ai solventi, dal rimescolio, dal calpestio continuo, di cui Bacon in malafede incolpava gli ospiti, mentre in realtà solo gli amici più cari erano ammessi allo studio. Le cassette di di vino o champagne vuote concorrono all’effeto di accumulo voluto. Sarebbe interessante sapere come lavorava, quali erano i libri, le immagini che lo interessavano e come li trovava. E’  più che probabile che fossero le conversazioni con gli amici che lo invogliavano a comprare i libri, a meno che non glieli ragalassero […] I cassetti sono aperti e alcune fotografie sono volutamente messe in evidenza. Lo spazio per muoversi tra cucina/bagno e la sala/camera da letto non c’è, come non figura il gabinetto, e ci si chiede se le pareti fossero coperte di riproduzioni di opere ed eventualmente quali. Per Bacon l’ appartamento/atelier serviva esclusivamente a dipingere. Ogni stanza aveva una funzione e si può supporre che alle diverse ore del giorno ciascuno degli elementi che lo circondava avesse un ruolo preciso. Vicino al letto, il grande specchio rettangolare spezzato, sommariamente fissato con nastro adesivo…”

Fabrice Hergott “Il dispositivo creativo di Francis Bacon”


per il bene comune

Chiunque salga su un aereo, ha un interesse diretto a che esso non esploda, o non sia dirottato; i controlli di sicurezza, quindi, non soltanto saranno accettati, ma approvati. I santoni della polizia moderna generalizzano questo modello.  A loro interessa poco della mobilitazione di masse entusiastiche o di un gran  numero di sostenitori fanatici, elementi essenziali per il fascismo; essi ci chiedono solo di essere “ragionevoli”. La civiltà da cui dipende la nostra sopravvivenza, essi affermano, è estremamente complessa e vulnerabile. Il suo successo sarà pagato a prezzo di rischi ogni giorno crescenti,  criminalità, crisi di scarsità, sabotaggi, scioperi selvaggi, turbe psichiche, inquinamento ambientale, contaminazione radioattiva, tossicodipendenze, crisi economiche terrorismo e così via. Non pensiamo affatto di arginare tutto ciò, essi dicono. Ma facciamo attenzione. Chiediamo la vostra collaborazione. E promettiamo di sgombrare la strada dai pericoli, almeno per quanto è nelle nostre forze. Vi offriamo il massimo di sicurezza. Se non volete tutti saltare in aria dovete tutti accettare i nosti sistemi di controllo. La perdità di una sacrosanta sfera privata dovrà essere   accettata tranquillamente e le autorità, senza incontrare una forte resitenza, saranno in grado di raccogliere e memorizzare tutti i dati di una popolazione che , “in fin dei conti, non ha nulla da nascondere”. I nuovi metodi “scientifici” di controllo sociale sono troppo clinici, troppo incruenti per risvegliare senzazioni forti. I megabit di informazioni che, anonimi e silenziosi, affluiscono di ora in ora al computer centrale, non provocano disordini; in fin dei conti, essi fanno anche in modo che le pensioni vengano pagate puntualmente e che la burocrazia sanitaria irimborsi ai cittadini i soldi spesi in sonniferi”.

H.M. Enzensberger “Sulla piccola borghesia”


cinema

“Nei soli minuti iniziali, il protagonista, l’agente federale Machete, un gigantesco (letteralmente) Danny Trejo, messicano molto butterato e dai capelli lunghi, un po’ anziano e quasi costantemente a braccia nude per mostrare muscoli e tatuaggi, punta l’auto contro il garande cattivo Torrez e i suoi compari, mentre il capo dei federali gli intima in una videotelefonata di non farlo (perché è un corrotto); Machete distrugge il telefono come si può sbriciolare una barretta Kellog’s, poi sfonda la casa,, decapita più di dieci uomini con l’arma da cui prende il nome, trova una ragazza bellisssima nuda sul letto, se la carica in spalla per salvarla, lei dietro un angolo dove sono nascosti lo seduce in dodici secondi, gli prende il machete, glielo infiza in una gamba, si sfila il telefonino da un posto indicibile, chiama Torrez, Torrez li vede e dice che ha fatto un buon lavoro e poi le spara alla testa: quindi Torrez dice a Machete che non doveva impicciarsi e la pagherà, fa entrare una donna dal volto coperto, le scoprono il volto ed è la moglie diMachete, che non può fare nulla.  Di conseguenza  Torrez, con un altro machete, la decapita davanti a lui. E gli comunica che la figlia sta per fare la stessa fine. Machete soffre, ma in un film del genere il personaggio è a difesa della Giustizia, del Bene, della Morale. E quindi supererà ogni dolore, accetterà ogni vendetta, in nome della Giustizia e del Bene. La sua vita privata, la sua famiglia, non contano (durante il film guarderà le foto seduto su una panchina, ma poi si rialzerà e ricomincerà a uccidere chiunque). Infine con una fiamma ossidrica Torrez incendia la casa con Machete steso a terra ferito e se ne va. E qui cominciano i titoli di testa. Perché questo è solo l’antefatto e dura cinque minuti. Il film “vero” ricomincia tre anni dopo…

Da  “Il sole 24 Ore”


monologo

“Considerata l’esistenza così come si evince dai recenti lavori pubblicati da Poinchon e Wattman di un Dio personale quaquaquaqua dalla barba bianca quaqua fuori del tempo dello spazio il quale dall’ alto della sua divina apatia sua divina atambia sua divina afasia ci vuol tanto bene salvo alcune eccezioni non si sa perchè ma col tempo verrà fuori e a somiglianza della divina Miranda soffre con quanti si trovano non si sa perché ma c’è tutto il tempo nel tormento del fuoco del cui fuoco le fiamme se continua ancora un po’ e come dubitarne finiranno per mettere fuoco alle polveri nella fattispecie porteranno l’inferno nei cieli a volte così azzurri ancor oggi e calmi così calmi di una calma che pur essendo intermittente è nondimeno la benvenuta ma non anticipiamo e considerando inoltre che a seguito delle ricerche interrotte non anticipiamo delle ricerche incompiute ma tuttavia premiate dall’ Accaccaccaccademia di Antropopometria di Berne-en-Bresse di Testu e Conard rimane stabilito senza possibilità di errore che quella pertinente a ogni calcolo umano che a seguito delle ricerche incompiute interrotte di Testu e Conard rimane stabilito lito lito quanto segue segue nella fattispecie ma non anticipiamo…”

Samuel Beckett “Aspettando Godot” (continua)


per ipotesi

“Si vive solo due volte

una volta quando si nasce

e una volta quando si guarda

la morte in faccia”

Ian Fleming


tuttobuio

“Che cosa è infatti questo mondo, del quale prendiamo tanto diletto, se non  campo del diavolo, palestra di tentazioni, officina di mali e fabbrica di vizi?    Il mondo è: sudicia immondizia di turpitudini, groviglio di menzogne, trista letizia, falsa gioia, vuota allegrezza, campo di triboli, palude di miserie, naufragio di virtù, fonte di mali, sorgente di delitti, cieco viaggio, foresta insidiosa, orrido carcere, scena di iniquità, arena di travagli, teatro di disonestà, spettacolo di scelleratezze,  precipizio orrendo,dimora di ansietà, mare in tempesta, valle di calamità, albergo di dolori, specchio di vanità, corruzione delle menti, laccio dell’anima , padre di morte, inferno dei viventi, somma di caducità, dolorosa sofferenza…

Coluccio Salutati “De saeculo et religione 1381”


la corsia n.6 (seguito)

 “Mojsejka, che Nikita aveva avuto soggezione di frugare alla presenza del dottore, si mise a disporre sul letto dei pezzettini di pane, di carta e degli ossicini e, tremando ancora dal freddo, prese a dire in fretta e con cantilena qualcosa in ebraico. Egli si immaginava certamente di avere aperto una botteguccia. – Lasciatemi andare – disse Ivan Dmitric, e la voce gli tremò.         –  Non posso.  – Ma perché? Perché? – Perché questo non è in mio potere. Giudicate voi quale vantaggio ne avreste, se io vi lasciassi andare. Voi ve ne andate. I cittadini o la polizia vi fermano e vi riportano indietro. – Sì, sì, questo è vero….  – proferì Ivan Dmitric e si soffregò la fronte – E’ spaventoso!  Ma che devo dunque fare? Che cosa? La voce di Ivano Dmitric e la mobilità del suo givane viso intelligente piacquero a Andrej Efimyc. Gli venne voglia di accarezzare quel giovane e calmarlo. Si sedette accanto a lui sul letto, e dopo aver riflettuto, disse: – Voi domandate cosa dovete fare. La migliore cosa nella vostra situazione sarebbe fuggire di qui: Ma purtroppo è inutile. Vi arresterebbero. Quando la società rifiuta da sè i delinquenti, i malati di mente e in generale gli individui che le riescono incomodi, è inesorabile. Non vi resta che una cosa, tranquillizzatevi nel pensiero che la vostra residenza qui è necessaria. – Ma essa non serve a nessuno! – Dal momento che esistono le prigioni e i manicomi bisogna pure che qualcuno vi sia dentro. Se non siete voi, sono io; se non sono io è un terzo qualsiasi. Aspettate, quando, in un lontano futuro, cesseranno di esistere le prigioni e i manicomi, non vi saranno più grate alle finestre, né vesti da reclusi. Senza dubbio un’epoca simile verrà, presto o tardi….”

Anton Cechov “La corsia n. 6” (continua)


le anime dei vecchi

“Nei loro corpi consunti

stanno le anime dei vecchi. Poverine,

così stremate e malinconiche

per la grama esistenza che trascinano.

E che spavento hanno di perderla, e che bene

le vogliono queste anime dubbiose, inconseguenti

e tragicomiche – sistemate come sono

nelle loro frolle decrepite pelli”.

Costantinos Kavafis “Poesie”


il problema del genio

“La scienza moderna della patrografia – così si chiama l’indagine biografica su uomini famosi intrapresa dal versante psichiatrico – presenta un materiale di scienza dell’ereditarietà e di statistica individuale che, posto in in una certa visuale, elaborato secondo una certa ipotesi sociologica, porta allo sviluppo di una delle idee più singolari. Riguarda la questione del genio e proprio il suo problema centrale; riguarda uno dei temi più appassionatamente dibattuti di tutta l’umanità, attuale da due millenni, da quando Socrate affermò che la follia non è un male assoluto, ma che attraverso di essa sono venuti all’Ellade  i beni più grandi, e da quando Platone insegnò che il canto di colui che non è nient’altro che ragionevole scompare di fronte a quello di chi è in stato di rapimento; riguarda il problema: genio e follia. Non cominciamo l’indagine col definire chi sia un genio, chi solo un talento, chi un uomo dotato: è un esercizio infruttuoso; partiamo dalla considerazione che, sulla base dell’atmosfera generale di una certa epoca, un certo numero abbastanza definito di nomi viene chiamato genio, forse cento, o centocinquanta, perlopiù morti, raramente donne, pochi dotti, alcuni condottieri, perlopiù artisti, poeti, filosofi e persone che associano in sè questi attributi. La cornice che li abbraccia è di proporzioni gigantesche, va da Platone a Baudelaire, da Eraclito  a Goethe, da Mozart, a Bach, a Vivaldi: la maggior parte ha lasciato documenti di tipo artistico o  letterario,  uno si colorò di verde i capelli, uno si recise l’orecchio sinistro per pagare il bordello; condottieri di eserciti che irruppero attraverso le porte di tutti i popoli, eccellenze ospiti dgli asili di mendicità, ermafroditi, semi-bambini….”

Gottfried Benn “Genio e salute”


deportazione

“…il tartaro aggiunse delle frasche sul fuoco, si coricò più vicino alla fiamma e disse: -Mio padre è malazzato. Quando morirà mia madre e mia moglie verranno qui. Ma l’hanno promesso. -E che te ne fai di tua madre e di tua moglie? – domandò Tolkovyi – E’ una bestialità fratello! E’ il demonio che ti tenta, che lo pigli la peste! Non dargli ascolto al maledetto. Non lasciargli libertà. Lui ti tenterà quanto alle donne, e tu per fargli dispetto: non voglio! Lui ti tenterà quanto alla libertà, ma tu impuntati e: non voglio! Non c’è bisogno di nulla! Né di padre , né di madre, né di moglie, né di libertà, né di focolare, né di tetto! Non c’è bisogno di nulla, che li pigli la peste! Tolkovyi tracannò   dalla bottiglia e poi seguitò: – Io, fratello, non sono un semplice muzik, ma sono figlio di un diacono e , quando vivevo a Kursk, portavo la finanziera,  ma ora mi sono ridotto al punto che posso dormire nudo per terra e mangiar l’erba. E che Dio conceda a tutti una vita simile. Non ho bisogno di nulla e non ho paura di nessuno e comprendo che in tal modo non c’è uomo più ricco e più libero di me. Quando mi hanno mandato qui dalla Russia, fin dal primo giorno mi sono impuntato: non desidero nulla! Il diavolo mi parlava della moglie, dei parenti, della libertà, ma io gli rispondevo: non ho bisogno di nulla! Ho tenuto duro e , come vedi, sto bene e non mi lamento. Ma se qualcuno dà confidenza al diavolo e gli dà ascolto, sia pure per una volta sola, è perduto e per lui non c’è salvezza: sprofonda nel pantano fino ai capelli e non potrà più uscirne.

Anton Cechov “Deportazione”


la mente di Goethe

“…le idee di Goethe come scienziato si raccolgono, quanto al loro contenuto, essenzialmente intorno atre campi fondamentali: la teoria dei colori, la morfologia comparata, come pure la meteorologia e la petrografia. Ma con ciò sono semplicemente indicate tre cerchie, non sono certo esauriti i temi e gli argomenti dei suoi lavori. Si trovano tanto per metterne in evidenza alcuni, titoli sorprendenti come questi: “Del luppolo e della sua malattia chiamata fuliggine” ,  “Foglia mostruosa di barbabietola” , “Descrizione di un grande fungo del legno”, “Garofano prolifero”, “Rosa prolifera”, “Lo scheletro dei roditori”, Bradipi e pachidermi”, “Problemi sui fuochi soterranei in Boemia”,” Antichissime tracce recentemente scoperte di combustione e fuochi naturali”, “Sulla coagulazione”, “Sul dente di leone, sulle palme del dattero, sul granturco” – , e su questi argomenti spesso disegni, carte, tabelle. Una volta stabilitosi a Weimar, comincia – e non smette più – a studiare il libro della natura, “l’unico che in tutte le pagine offra un ricco contenuto”, e lo studia in maniera sistematica,molteplice, tecnica, specialistica e generale.Seziona noci di cocco, analizza conchiglie, costrusisce un modello geologico, amplia la carta geologica di Charpentier. Finisce col trascinare con sè tutto il suo ambiente, per lui la signora von Stein deve far cercare muschi, di quelli umidi con radici; per lui il farmacista Buchholz deve allevare piante nel suo giardino; l’ispettore minerario Mahr di Illmenau rifornirlo continuamente di fossili e minerali: Knebel deve eseguire per lui fusioni di ferro secondo certi modelli per compiere esperimenti di magnetismo. Lui stesso soggiorna per settimane a Jena; la mattina si spinge a piedi, nella neve altissima , fino all’auditorio di anatomia quasi vuoto, per sentire Loder che tiene un corso di desmologia…”

Gottfried Benn “Goethe e le scienze naturali”


la colonna grigia

“…dietro questa immagine della Grecia, commista panellenicamente, sta la colonna grigia, senza basamento, il tempio fatto di pietre squadrate, sta l’accampamento virile sulla riva destra dell’Eurota, i suoi cori oscuri, -:il mondo dorico. I Dori amano la montagna. , Apollo è il loro dio nazionale, Eracle il loro primo re, Delfi il santuario, rifiutano le fasce e bagnano ibambini nel vino. Sono i portatori dell’alta antichità, della lingua antica, il dialetto dorico era l’unico che si fosse ancora conservato nell’epoca imperiale romana. I loro ideali sono allevamento selettivo e eterna giovinezza, uguaglianza con gli dèi, grande volontaà, fortissima fede aristocratica nella loro stirpe, cura, al di là di se stessi, per tutti gli appartenenti. Sono i portatori della musica antica, degli antichi strumenti: al citaredo Timoteo di Mileto tolsero lo strumento, perché aveva elevato il numero delle corde da sette a undici, e lo impiccarono. A un altro tolgono a colpi d’accetta due corde da uno strumento a nove corde: devono esere solo le sette antiche. “Nel fuoco la canna che sputa saliva” grida Pratina contro il flauto, perché secondo la nuova moda il flauto prtendeva di di guidare il coro, invece di accompagnarlo, come fino allora. Nei templi appendono catene e ceppi destinati ai nemici, agli déi chiedeono nelle loro preghiere tutta la terra del vicino del vicino. I re esercitano un potere assoluto, possono muovere guerra contro qualunque paese, cento uomini scelti si alternano notte e giorno nel far loro la guardia; di ogni animale che viene macellato ricevono la pelle e il tergo, nei banchetti vengono serviti per primi e di tutto ricevono il doppio degli altri.

Gottfried Benn “Mondo Dorico” (continua)


sulle ossa degli schiavi

“…la società antica poggiava sulle ossa degli schiavi;le consumava e al disopra fioriva la città, la polis. Al disopra le bianche quadrighe e gli oligarchi con i nomi dei semidei:vittoria e forza e costrizione; al disotto, stridore:catene.     Schiavi, tali erano i discendenti degli aborigeni, prigionieri di guerra, gente rapita e comprata, abitavano in stalle, stipati, molti in ceppi. Nessuno rifletteva su di loro, Platone e Aristotele vedono in loro esseri che stanno in basso, il nudo dato di fatto. Una forte importazione dall’Asia, l’ultimo giorno del mese c’era mercato, le carogne stavano in mostra, in cerchio, il prezzo andava dalle due alle dieci mine, una cifra non da poco, dai cento ai seicento euro. Quelli che costavano meno erano gli schiavi da macina e da miniera. Il padre di Demostene aveva una fabbrica di acciaio, tenuta in attività per mezzo di schiavi; posto a base per ogni acquisto il prezzo suddetto, essa lavorava con un utile del ventitré per cento; un’altra sua fabbrica di lettiere, col trenta per cento. Ad Atene il rapporto fra cittadini e schiavi era di uno a quattro, centomila Elleni su quattrocentomila schiavi. A Corinto c’erano quattrocentosessantamila  schiavi , ad Egina quattocentosettantamila.       Non potevano portare i capelli lunghi, non avevano nomi, li si poteva dare in dono, in pegno, vendere, punire con bastoni, corregge, fruste,  ceppi, collari uncinati, merchi a fuoco. L’assassinio di uno schiavo non veniva perseguito legalmente, al più c’era una blanda espiazione religiosa. Ogni anno venivano regolarmente picchiati, senza motivo, venivano fatti ubriacare, per renderli ridicoli, erano senza onore per definizione, chi superava l’aspetto esteriore adeguato a uno schiavo veniva ucciso, il suo proprietario punito per non averlo tenuto abbastanza in basso.

Gottfied Benn: “Mondo Dorico” (continua)


la conoscenza totale (paranoia)

“…La psicosi paranoica è il risultato della fioritura di alcuni  aspetti preesistenti del carattere o è invece il risultato di un “quid novum”, fino a quel momento etsraneo alla vita dell’individuo? Difficile dare risposte definitive a domande così complesse.  E’ certo tuttavia che in molti paranoici si rintracciano alcuni aspetti tipici di un particolare assetto di personalità.  Per descrivere i tratti fondamentali di molti di questi “malati” è stata usata una grande varietà di termini che con maggior frequenza ricorrono in letteratura:

Indipendenza selvaggia di carattere, scarsa socievolezza, misantropia superbia, diffidenza, sospettosità, permalosità, dogmatismo, tendenza all’apriorismo nel giudicare, intransigenza  nella condotta, litigiosità, fanatismo “sia in religione sia nella irreligione” marcato egoismo, altissimo concetto di sé, orientamento diffidente verso gli altri, senso di misticismo espansivo e militante, rara tenacia e coerenza nei sentimenti propulsori che danno un indirizzo alla condotta, lucidità, assenza di confusione e di allucinazioni, forte orgoglio, marcato egocentrismo, autofilia, supervalutazione megalomanica delle proprie capacità, psicorigidità, freddezza affettiva, ostinazione, atteggiamenti di spirito e di pensiero di tipo monolitico, falsità nel giudizio, intolleranza, suscettibilità, insicurezza ansiosa, diffidenza, riservatezza, tendenza all’isolamento, al rimuginare, a stare costantemente all’erta, ipersensibilità, tendenza all’autoriferimento, deficiente identificazione, sospettosità pervasiva e ingiustificata, sfiducia nel prossimo, ipersensitività, restringimento e coartazione dell’affettività.”

Da: Mario Rossi Monti “La conoscenza totale” (continua)